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	<title>Innovazione Archives - Biomed News</title>
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	<description>Periodico sul settore biomedicale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Apr 2026 14:37:07 +0000</lastBuildDate>
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		<title>LIFE REMEMBRANCE: un progetto per trasformare scarti industriali in risorse sostenibili</title>
		<link>https://www.biomednews.it/life-remembrance-un-progetto-per-trasformare-scarti-industriali-in-risorse-sostenibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 09:46:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore biomedicale è oggi chiamato a rispondere a una sfida duplice: continuare a garantire l’eccellenza tecnologica per la salute umana e, al contempo, mitigare l’impatto ambientale dei propri processi produttivi. Uno dei nodi centrali è la gestione dei rifiuti plastici di alta qualità. Ogni anno, la produzione di membrane a fibra cava, componenti essenziali...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il settore biomedicale è oggi chiamato a rispondere a una sfida duplice: continuare a garantire l’eccellenza tecnologica per la salute umana e, al contempo, mitigare l’impatto ambientale dei propri processi produttivi. Uno dei nodi centrali è la gestione dei <strong>rifiuti plastici di alta qualità</strong>. Ogni anno, la produzione di <strong>membrane a fibra cava</strong>, componenti essenziali per la filtrazione del sangue e l’emodialisi, genera scarti industriali che, pur mantenendo proprietà chimico-fisiche identiche al prodotto finito, non possono essere riutilizzati per nuovi filtri medici. Tradizionalmente, questi scarti vengono destinati all&#8217;incenerimento, con conseguente rilascio di CO2 e un elevato impatto ecologico.</p>
<p>Dall’esigenza di ridurre queste emissioni nasce il progetto <a href="https://liferemembrance.eu/" target="_blank" rel="noopener"><strong>LIFE Remembrance (A second LIFE to plastic waste)</strong></a>, un’iniziativa finanziata dal programma LIFE dell’Unione Europea che mira a trasformare questi scarti industriali in una risorsa strategica. Il progetto, che coinvolge l’azienda biomedicale <strong>Medica SpA</strong> e il CNR (ISOF), interviene recuperando i ritagli delle membrane a fibra cava e, invece di bruciarli, li trasforma in una risorsa strategica. L’obiettivo è ambizioso: si tratta di partire dai nuovi materiali ottenuti dal riciclo per produrre una nuova generazione di filtri innovativi per la depurazione delle acque, capaci di <strong>rimuovere oltre il 99% dei contaminanti chimici</strong> persistenti. Questi filtri sono specificamente efficaci contro quella che oggi è diventata una emergenza globale: i contaminanti emergenti come i PFAS, che mettono a rischio la qualità delle acque potabili, richiedendo tecnologie di filtrazione sempre più sofisticate e sostenibili. Attraverso l’upcycling, il progetto non solo riduce la produzione di rifiuti, ma crea un modello di simbiosi industriale dove lo scarto biomedicale diventa un asset tecnologico per la bonifica ambientale.</p>
<p>Protagonista e coordinatore di questa iniziativa è <strong><a href="https://www.medica-spa.com/it" target="_blank" rel="noopener">Medica S.p.A.</a></strong>, eccellenza italiana e leader globale nella produzione di apparecchiature elettromedicali e dispositivi monouso. Con quasi 40 anni di esperienza, 600 dipendenti e 59 brevetti, Medica è l’unica realtà italiana a possedere la tecnologia di estrusione di membrana a fibra cava sviluppata internamente sia per il settore ematico che per quello idrico. Per saperne di più abbiamo fatto alcune domande alla <strong>Dr.ssa Letizia Bocchi responsabile del progetto LIFE Remembrance</strong>.</p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>LIFE Remembrance nasce da un&#8217;urgenza ambientale chiara. Quando è stato avviato ufficialmente il progetto e quali sono state le motivazioni strategiche e le esigenze industriali che hanno spinto Medica a diventarne il partner coordinatore?</strong></span></p>
<p><em>Il progetto nasce da alcune evidenze risalenti ormai a circa 10 anni fa ed emerse durante una collaborazione con il CNR-ISOF (gruppo dr.ssa Manuela Melucci), che aveva utilizzato scarti di produzione di fibra capillare cava come granuli adsorbenti porosi per catturare inquinanti in acqua. Successivamente, nel 2020, con il CNR-ISOF, nell’ambito di un altro progetto europeo finanziato (Horizon 2020, Graphene Flagship) abbiamo iniziato a lavorare sullo sviluppo di una nuova membrana con proprietà uniche filtranti e adsorbenti, il Graphisulfone®, contenente polisulfone e grafene ossido. Questa membrana mostrava proprietà adsorbenti uniche, che meritavano un progetto dedicato per il recupero dello scarto industriale e per indagare a fondo sul campo l’efficacia verso inquinanti emergenti. </em></p>
<p><em>LIFE Remembrance è, quindi, stato proposto e ammesso a finanziamento nel 2021, ed è terminato il 28 Febbraio 2026. Medica S.p.A. è stata azienda coordinatrice in quanto è l’unica azienda italiana a produrre industrialmente, con know-how proprietario, membrane capillari a fibra cava, a gestirne l’assemblaggio in filtri, e quindi a generare lo scarto, che rappresenta in realtà un materiale vergine convertibile in granuli porosi. L&#8217;azienda è produttrice di membrane per diversi scopi con materiali polimerici a base di polisulfone e polietersulfone, ed è sicuramente l’unica azienda al mondo ad avere creato la membrana di polisulfone e grafene.</em></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>Medica è l&#8217;unica realtà italiana a gestire internamente l&#8217;intera filiera della filatura a fibra cava. Potrebbe illustrarci le peculiarità delle membrane Graphisulfone®, MediSulfone® e Versatile-PES® e spiegarci come l&#8217;azienda, attraverso il progetto LIFE, sia riuscita a valorizzare questi scarti di produzione in un&#8217;ottica di economia circolare, trasformandoli in una risorsa strategica per il trattamento degli inquinanti nelle acque?</strong></span></p>
<p><em>Il polisulfone e il polietersulfone sono materiali polimerici e biocompatibili, simili per caratteristiche a vari polimeri plastici. L’opportunità principale che si è colta nel progetto LIFE, è l’approccio di recupero e riutilizzo virtuoso di quello che rappresenterebbe uno scarto, per affrontare una sfida tecnica ambientale per il trattamento dell’acqua. L’aspetto di economia circolare è stato coniugato ad una specifica applicazione tecnica. Il principale attore di questo progetto è risultato essere proprio il materiale Graphisulfone®, il più innovativo, che contenendo grafene ossido offre più possibilità di cattura di inquinanti persistenti quali i PFAS.</em></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>Potrebbe definire tecnicamente i contaminanti emergenti e spiegarci in che modo la produzione di dispositivi biomedicali potrebbe diventare la chiave per neutralizzare questi inquinanti nelle fonti idriche?</strong></span></p>
<p><em>Per quanto riguarda la definizione di contaminanti emergenti, essi sono contaminanti molto diversificati, classificati come emergenti poiché sono recentemente diventati oggetto di attenzione e monitoraggio grazie all’introduzione delle nuove normative sulle acque potabili (Drinking Water Directive 2020/2184). Nella eterogenea famiglia dei contaminanti emergenti troviamo principi attivi come antibiotici, filtri UV derivati da creme solari, prodotti derivati dalla cosmesi e dai detergenti, PFAS (composti alchilici perfluorurati), residui di lavorazioni e tintura dei tessuti, e tanti altri. Sono accomunati dal fatto di non essere efficacemente rimossi da tecnologie esistenti.</em><br />
<em>Sul secondo aspetto possiamo dire che sicuramente esistono applicazioni ancora tecnologicamente inesplorate in cui varrebbe la pena valutare se materiali esistenti, e in particolare i loro scarti industriali vergini, possono avere applicazioni trasferibili a settori diversi dal biomedicale, ma dobbiamo rimanere cauti. Le membrane capillari impiegate nella filtrazione sono particolarmente interessanti perché sono materiali micro e nano-porosi che offrono quindi un’alta superficie di contatto e pertanto possono avere impieghi come sorbenti.</em></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>Quali erano gli obiettivi principali del progetto in termini di impatto ambientale (CO2 e rifiuti) e, ora che il progetto è in fase di conclusione, potete confermare di aver raggiunto i target prefissati?</strong></span></p>
<p><em>Abbiamo raggiunto i target per quanto riguarda il recupero e la conversione in granuli sorbenti di tutta la categoria di membrane in Graphisulfone®, e abbiamo validato e dimostrato la scalabilità industriale del processo di recupero e conversione. Abbiamo inoltre contribuito a ridurre le emissioni di CO2 per l’evitato smaltimento di centinaia di kg di membrane.</em></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>Le tecnologie sviluppate in LIFE Remembrance sono trasferibili anche ad altri ambiti del settore biomedicale? Quali sono le applicazioni future che ritenete più promettenti per questo mercato?</strong></span></p>
<p><em>Sì l’aspetto della trasferibilità è stato uno dei risultati principali del progetto. Trasferibilità prima di tutto ad altre applicazioni, che al tempo della stesura del progetto non avevamo pensato. Una di queste è l’utilizzo dei materiali per trattare matrici acquose diverse da acqua potabile, quali per esempio acque saline, o acque reflue. Un altro aspetto è l’utilizzo del granulo derivante dallo scarto industriale per ulteriori funzionalizzazioni che diventano quasi per utilizzo sartoriale del materiale ossia per la cattura e rimozione di target molto selettivi e specifici. I materiali funzionalizzati più che di riciclo diventano un esempio di upcycle avanzato ed innovativo, utilizzabili anche nel settore biomedicale stesso o in ambiti che esulano dal trattamento acque.</em></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: arial, helvetica, sans-serif;"><strong>Ritenete che questo approccio di economia circolare, che trasforma quello che oggi è un rifiuto industriale costoso e inquinante in una risorsa tecnologica, sia facilmente replicabile da altre aziende del settore?</strong></span></p>
<p><em>È difficile da assumere perché anche nel nostro caso il progetto è venuto come conseguenza di un ampio lavoro di ricerca e sviluppo sui materiali, in cui il CNR è stato ed è tuttora un partner di eccellenza. Inviterei sicuramente le aziende del settore a caratterizzare a fondo i materiali che quotidianamente impiega nei propri processi; nei processi industriali, per quanto ottimizzati, vi è sempre una percentuale di scarti di materiali vergini con caratteristiche identiche a quelle del materiale di partenza, che possono trovare applicazioni interessanti.</em></p>
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		<title>Innovazione e Proprietà Intellettuale: dati, trend e sfide</title>
		<link>https://www.biomednews.it/innovazione-brevetti-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 07:23:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’innovazione rappresenta oggi uno dei fattori critici di crescita e competitività per imprese, start-up e centri di ricerca in Italia e in Europa. In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di generare nuove idee, trasformarle in prodotti e servizi e proteggerle efficacemente è fondamentale. Per esplorare da vicino lo stato dell’innovazione nel nostro...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">L’innovazione rappresenta oggi uno dei fattori critici di crescita e competitività per imprese, start-up e centri di ricerca in Italia e in Europa. In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di </span><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">generare nuove idee, trasformarle in prodotti e servizi e proteggerle</span></strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;"> efficacemente è fondamentale. Per esplorare da vicino lo stato dell’innovazione nel nostro paese e nel contesto europeo, abbiamo intervistato i vertici di </span><a href="https://www.bugnion.eu/it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Bugnion S.p.A.</span></strong></a><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">, azienda che dal 1968 si pone come protagonista in questo scenario, mettendo a disposizione oltre 120 professionisti distribuiti in 16 sedi tra Italia ed estero. Si tratta di una delle principali società europee di consulenza in </span><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Proprietà Intellettuale</span></strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">, che offre soluzioni personalizzate e un supporto globale alle imprese per valorizzare il loro know‑how e ottenere un vantaggio competitivo duraturo. Per capire come evolvono i trend di innovazione, quali sono le principali opportunità per le aziende innovative e quale ruolo giocano gli strumenti di proprietà intellettuale nel sostenere la competitività, in particolare, nei settori biomedicale e tecnologico, abbiamo intervistato il Dott. Aldo Paparo, responsabile dell’ufficio di Modena e Reggio Emilia di Bugnion.</span></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Negli ultimi anni qual è stato l’andamento delle richieste di brevetti in Italia rispetto al resto d’Europa? Quali trend emergono dai dati più recenti?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Focalizzandosi esclusivamente sul suolo nazionale i dati sono confortanti: nel biennio 2024-2025 l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM) ha ricevuto, in numero crescente rispettivamente del +18% e del +13%, 11.996 domande di brevetto per invenzione industriale e 2073 domande di brevetto per modello di utilità.   </span></em><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Se ampliamo il nostro punto di vista all’Europa, considerando il biennio 2022-2023 e i depositi per invenzione industriale dinnanzi all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO), nemmeno questo osservatorio è negativo: la crescita complessiva relativa ai brevetti per invenzione industriale è del 2.9% (passando da 193.627 a 199.275). I Paesi dell’Europa ricoprono il 43% dei depositi, in crescita del 1.8% rispetto all’anno precedente, mentre la restante parte è contesa da Stati Uniti (24,2%), Giappone (10,8%), Repubblica Popolare Cinese (10,4%), Corea del Sud (6,3%).  La Germania è padrona della scena europea, ma lo è sempre stata per cultura e tradizione quotidianamente rinvigorita dalla vicinanza con l’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) che ha sede principale in Monaco, con il 12,5% di depositi, seguita da Francia 5,4%, Svizzera 4,7%, Olanda 3,5%, Gran Bretagna 3%, Svezia 2,6%, e Italia con 2,5%, dato che cresce di un +3,8% sui depositi europei dell’anno precedente.   </span></em></p>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Passando poi a un “grandangolo mondiale”, il primo Paese al mondo per depositi di brevetti è la Cina con 1.68 milioni di domande depositate nel 2023 su un totale di 3,55 milioni di domande depositate in tutto il mondo. La Cina, che nel passato &#8211; e tutt’ora &#8211; è stata identificata come Paese tristemente famoso per copiare i prodotti occidentali, negli ultimi cinque anni ha ricompreso nella propria rotta di crescita la tutela brevettuale depositando, ogni anno più di un milione di domande quindi, in soli due giorni questo paese deposita un numero di domande equivalente a quelle depositate dall’Italia in sei mesi. A completare il quadro chiudendo il podio dei Paesi con il più alto tasso di depositi, ci sono gli Stati Uniti in seconda posizione, con 598mila depositi, e al terzo posto il Giappone, con 300mila depositi. Aggiungendo a questi numeri i 243mila depositi della Korea del Sud e i 199mila depositi dell’Europa abbiamo circoscritto l’85% dei depositi effettuati nel mondo nel 2023.</span></em></p>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">I dati riportati non considerano gli stessi bienni. Questo perché una domanda di brevetto rimane segreta, dalla data di deposito, diciotto mesi e pertanto alcuni uffici, come quello europeo e quello internazionale, processano i dati relativi ai depositi pubblicati, quindi risalenti al 2023, mentre l’ufficio italiano è in grado di preparare statistiche conteggiando i depositi ancora nello stato di segretezza.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Ci risulta che il settore biomedicale sia, oggi, uno di quelli in cui vengono depositate più domande di brevetto rispetto ad altri ambiti: quali sono, secondo voi, le principali motivazioni di questo andamento?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Se analizziamo i depositi effettuati in Italia, il settore biomedicale è il motore trainante dell’innovazione in Italia. Il 33% delle domande depositate sono nel campo salute e biomedicale, il 10,2% nel campo della chimica e nuovi materiali, l’8,4% nel campo macchinari e attrezzature e, a chiusura delle prime aree tecnologiche, il 6,6% nel campo dell’informatica &amp; sistemi di telecomunicazioni e il 6,2% nel campo dell’ambiente e della sostenibilità. </span></em><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Se ci spostiamo in territorio europeo le percentuali evidenziano un diverso taglio: più della metà dei depositi è equamente distribuito tra computer technology (15%), electrical machinery, apparatus and energy (14%), digital communication (14%) e medical technology (14%). Il focus ora è sull’Information Technology, infatti, le prime cinque aziende multinazionali con il più alto numero di depositi in Europa sono Huawei, Samsung, LG, Qualcomm, Ericsson. </span></em><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Il dominio dei depositi nazionali nel campo biomedicale è sicuramente legato a più fattori: il primo fra tutti è l’eccellenza del distretto locale che genera inventori che quotidianamente respirano opportunità nel campo biomedicale. Uscendo poi dai confini del distretto, credo che sia innegabile un fattore demografico: l’invecchiamento della popolazione italiana e più estensivamente l’aumento dell’aspettativa di vita comporta la necessità di dispositivi medici, protesi, soluzioni diagnostiche e terapie croniche che stimolano la domanda di prodotti biomedicali.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Come viene rilevato e misurato l’andamento dell’innovazione in Italia e in Europa? Esiste un organismo o un ente ufficiale che monitora questi dati?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Tutti i dati riportati provengono dagli “uffici riceventi” ossia gli uffici brevetti che ricevono le domande di brevetto e che elevano le medesime, solo dopo un esame approfondito, a brevetti concessi.  È il caso di citare l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM) con sede a Roma, che gestisce le domande di brevetto per invenzione industriali, le domanda di brevetto per modello di utilità, le domande di registrazione di marchio, le domande di brevetto per disegno industriale e le domande di brevetto per le nuove varietà vegetali. Segue l’European Patent Office (EPO) con sede principale a Monaco di Baviera, che riceve e processa esclusivamente le domande di brevetto per l’Europa e infine il World Intellectual Property Office (WIPO) con sede a Ginevra, che riceve le domande di brevetto, di marchio e di design internazionali. A complemento dell’EPO è presente l’EUIPO (European Union Intellectual Property Office) con sede ad Alicante per la gestione dei marchi e design industriali comunitari.  EPO, WIPO e EUIPO gestiscono titoli di proprietà industriale che hanno (o possono avere) effetto su più Paesi ma ogni Nazione ha il proprio ufficio brevetti e marchi. Per citarne alcuni è possibile citare il tanto indaffarato CNIPA (China National Intellectual Property Administration) e gli altrettanto laboriosi USPTO (United States Patent and Trademark Office) e JPO (Japan Patent Office). Tutti questi uffici ricevono i diritti di Proprietà Industriali e ne promuovono o rifiutano la validità. Questi enti sono tra i più importanti osservatori delle evoluzioni tecniche ed economiche dei vari Paesi.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">In che modo la strategia di Proprietà Intellettuale può influenzare la capacità competitiva di un’impresa sul mercato?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">I titoli di Proprietà Industriale nascono per conferire, in capo al titolare, un monopolio.  La concessione di un brevetto da sola non determina il successo di una azienda: tuttavia esistono diverse storie di successo imprenditoriale legate a un’idea brevettata e, al contrario, si sono verificate brusche battute di arresto da parte di alcune aziende a causa della contraffazione di brevetti altrui. Se si provasse, però, a leggere la situazione posizionandosi dall’altra parte della barricata: quale danno genera all’impresa un’idea nuova, da poco presentata sul mercato, copiata da terzi e presentata a un prezzo inferiore? In un mercato dove vige un’evoluzione continua, quanto costa, per stare un passo avanti al concorrente, migliorare la propria idea che fino a poco tempo prima era l’innovazione di mercato?</span><br />
</em><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Il brevetto non è la panacea risolutiva di tutti i problemi legati alla concorrenza, ma amo sempre dire che con un brevetto è possibile aprire un tavolo di trattative.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Quali sono gli ostacoli più comuni che le PMI italiane incontrano nel processo di brevettazione e quali consigli dareste alle aziende che si affacciano per la prima volta al tema della Proprietà Intellettuale per proteggere adeguatamente le proprie idee?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Gli ostacoli più comuni sono generalmente due: il tempo e gli inventori. Il tempo perché chi ha deciso di presentare la propria idea sul mercato senza prima tutelarla difficilmente, poi, può tornare sui propri passi. Il brevetto deve rispondere a un primo requisito che è la novità assoluta: prima si tutela l’idea e poi la si espone in fiera o al cliente.  Per quanto riguarda gli inventori, invece,  negli anni, ho constatato che molto spesso prendono contatti con il consulente, solo dinnanzi a un forte progresso della tecnica, mentre sarebbero state meritevoli di tutela brevettuale anche le “piccole” soluzioni intermedie.</span><br />
</em><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Il consiglio che posso dare è quello di non credere che la proprietà industriale sia una materia esclusiva e riservata ai pochi. La curiosità e l’ascolto, come in tutti campi, migliora la persona e soprattutto può conferire all’azienda un vantaggio competitivo.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Bugnion offre servizi specifici per startup e imprese emergenti. In che modo questi programmi aiutano le giovani realtà a navigare nel complesso panorama europeo dell’innovazione?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Bugnion, da anni, attraverso il proprio InnovationLab, supporta attivamente le iniziative di creazione di nuova imprenditorialità innovativa, nella convinzione che lo sviluppo di startup rappresenti un elemento chiave per la crescita dell’ecosistema dell’innovazione. Il nostro approccio si distingue per l’attenzione a una nuova cultura della proprietà intellettuale: non più intesa come un costo accessorio, ma come un vero e proprio investimento strategico. In particolare, accompagniamo le startup nella definizione di una strategia IP coerente con il loro modello di business, così da massimizzarne il valore e l’impatto. Per le giovani imprese, infatti, la strategia di proprietà intellettuale deve essere considerata sin dalle fasi iniziali. In contesti caratterizzati da risorse limitate, è proprio una pianificazione strategica efficace che consente di stabilire priorità, ottimizzare gli investimenti in IP e trasformarli in una leva abilitante sia per lo sviluppo del modello di business sia per l’accesso a finanziamenti.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Quali evoluzioni normative o tecnologiche prevedete influenzeranno maggiormente il modo in cui le imprese gestiscono la Proprietà Intellettuale nei prossimi anni?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Un primo strumento, già da tempo in atto e che di anno in anno si sta sempre più diffondendo, è il Patent Box che consente di ottenere una super deduzione del 110% dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti per determinati beni immateriali (brevetti, software, disegni e modelli). In pratica se un’azienda spende 100€ in R&amp;S, può dedurre fiscalmente 210€, abbattendo il reddito imponibile di IRES e IRAP. Ma ciò avviene solo se si deposita un titolo e solo se questo giunge a concessione. A ciò si aggiungono bandi, voucher e altre agevolazioni fiscali che sistematicamente, a livello nazionale, regionale o provinciale generano vantaggi per le aziende che investono in Proprietà Industriale e in R&amp;S. Sotto un profilo normativo, invece, una rivoluzione è il brevetto europeo con effetto unitario entrato in vigore il 1 giugno 2023 e che consente di abbattere i costi di regolarizzazione di un brevetto europeo concesso con una protezione uniforme in tutti i Paesi UE aderenti che attualmente sono 17, Italia compresa.</span></em></p>
<h2><span style="font-size: 12pt;"><strong><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">Molte PMI sviluppano soluzioni e procedure che difficilmente sono brevettabili (know-how): avreste qualche consiglio per una maggiore tutela?</span></strong></span></h2>
<p><em><span dir="auto" style="vertical-align: inherit;">La tutela de know-how non è una procedura semplice e per questo è bene discutere con un consulente per capire se davvero l’idea non sia tutelabile con una domanda di brevetto o altro diritto titolato. Non dico che non esista tutela per le informazioni segrete, anzi, ma oltre che segrete e dotate di valore economico, servono protocolli di segretezza idonei e adeguati. Ciò comporta un irrigidimento della quotidianità lavorativa delle imprese, attraverso la predisposizione all’esterno di Accordi di Riservatezza (NDA) e contratti ad hoc di collaborazione, ricerca o sperimentazione con propri clienti e fornitori e all’interno dell’azienda la costruzione di una policy sulle limitazioni all’accesso di determinati ambienti, fisici o informatici, e sulla sicurezza informatica.</span></em></p>
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		<title>Innovazione per terapie su misura contro le infezioni periprotesiche</title>
		<link>https://www.biomednews.it/contro-le-infezioni-periprotesiche-la-nuova-arma-e-linnovazione-di-g21/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni la chirurgia protesica ha conosciuto progressi significativi, consentendo a migliaia di pazienti di recuperare mobilità e qualità della vita grazie a interventi come le artroprotesi d’anca, ginocchio o spalla. Tuttavia, accanto ai benefici di queste procedure, esistono complicanze che rappresentano ancora oggi una sfida importante per la medicina. Tra queste, una delle...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni la <strong>chirurgia protesica</strong> ha conosciuto progressi significativi, consentendo a migliaia di pazienti di recuperare mobilità e qualità della vita grazie a interventi come le artroprotesi d’anca, ginocchio o spalla. Tuttavia, accanto ai benefici di queste procedure, esistono complicanze che rappresentano ancora oggi una sfida importante per la medicina. Tra queste, una delle più complesse e temute è rappresentata dalle <strong>infezioni periprotesiche</strong> (Periprosthetic Joint Infections – PJI).</p>
<p>Si tratta di eventi relativamente rari, ma con conseguenze potenzialmente gravi sia per il paziente sia per i sistemi sanitari. Una recente meta-analisi pubblicata nel 2025 sul <em>The Journal of Arthroplasty</em> ha dimostrato che la mortalità dopo PJI THA, ossia infezione periprotesica ad artroprotesi totale d’anca, è elevata (11,0%) entro tre anni dall&#8217;artroplastica ed è paragonabile ai tassi quinquennali di tumori, come quelli al seno (11%) e alla prostata (1%). A fronte di una mortalità così elevata diventa centrale per la comunità medica disporre di strumenti che siano assolutamente efficaci. Oltre all’impatto clinico, le infezioni periprotesiche comportano anche un peso economico crescente per i sistemi sanitari: negli Stati Uniti, ad esempio, si stima che i costi associati al loro trattamento possano superare i 750 milioni di dollari entro il 2030. Per questo motivo,<strong> la gestione di queste infezioni richiede oggi un approccio sempre più multidisciplinare e l’introduzione di soluzioni tecnologiche innovative in grado di migliorare l’efficacia delle cure</strong>.</p>
<p>In questo scenario si inserisce il lavoro di aziende impegnate nello sviluppo di biomateriali e tecnologie innovative come <strong>G21</strong>, che si distingue per la progettazione di<strong> soluzioni dedicate al consolidamento vertebrale e al ripristino della funzionalità articolare</strong>, con l’obiettivo di migliorare il percorso terapeutico del paziente ortopedico e anticipare le esigenze future dei professionisti medici.  Proprio nel campo delle infezioni periprotesiche, l’azienda ha sviluppato un metodo innovativo basato su <strong>spaziatori modulari che possono essere realizzati direttamente in sala operatoria, consentendo ai chirurghi di adattare dimensioni e carico antibiotico alle esigenze specifiche del paziente</strong>. Una soluzione che punta a coniugare sicurezza, personalizzazione e rapidità di utilizzo, rappresentando un possibile passo avanti nella gestione di una complicanza ancora difficile da trattare.</p>
<p>Per comprendere meglio il potenziale clinico e la versatilità dei nuovi distanziatori modulari SpaceFlex, abbiamo chiesto a <strong>Filippo Foroni</strong>, CEO e co-fondatore di <strong>G21</strong>, di illustrarci la visione e la ricerca che guidano l&#8217;azienda nello sviluppo di questi dispositivi.</p>
<p><strong>Le infezioni periprotesiche rappresentano una delle complicanze più temute in chirurgia ortopedica. Quanto è diffuso oggi questo problema e quali sono le principali difficoltà nella sua gestione?<br />
</strong><em>Le infezioni periprotesiche rappresentano senza dubbio una delle sfide più complesse nella chirurgia ortopedica moderna. Con l’aumento costante delle artroplastiche in tutto il mondo, il numero assoluto di infezioni cresce di pari passo: si stima che entro il 2030 verranno eseguite oltre 500.000 protesi d’anca e più di 1,3 milioni di protesi di ginocchio ogni anno. La gestione di queste infezioni è molto impegnativa. I pazienti spesso devono affrontare ricoveri prolungati, più interventi chirurgici e percorsi terapeutici complessi. Dal punto di vista economico, questo comporta costi molto elevati per il sistema sanitario, tra cure, ospedalizzazioni e procedure di revisione, rendendo le PJI non solo una sfida clinica ma anche un importante onere finanziario. A questo si aggiunge la difficoltà nella diagnosi, che non è sempre semplice e richiede al chirurgo di integrare dati clinici, microbiologici e di laboratorio. In questo panorama, G21 ha scelto di concentrare le proprie energie nello sviluppo di una soluzione innovativa per il trattamento delle PJI nelle artroplastiche a due stadi, oggi considerate il gold standard.</em></p>
<p><strong>Da quanto il sistema SpeceFlex è sul mercato e quanto tempo è stato impiegato per arrivare alla creazione dei distanziatori modulari?<br />
</strong><em>Il sistema SpaceFlex è presente sul mercato da diversi anni, con l’introduzione iniziale per la spalla nel 2014 e successivamente per anca e ginocchio nel 2018. Il percorso che ha portato alla creazione dei nostri spaziatori ha richiesto un’attenta fase di ricerca e sviluppo, durante la quale abbiamo lavorato a stretto contatto con chirurghi esperti per garantire soluzioni sicure, personalizzabili e affidabili, portando alla certificazione CE. Continuiamo ogni giorno a innovare e ad adattare i nostri prodotti alle esigenze regolatorie, garantendo sicurezza e qualità in linea con gli standard più recenti.</em></p>
<p><strong>In cosa consiste l’innovazione principale del vostro sistema rispetto ai dispositivi già esistenti?<br />
</strong><em>L’innovazione principale del nostro sistema nasce dall’esigenza di superare i limiti delle soluzioni tradizionali nel trattamento delle infezioni periprotesiche. Storicamente esistevano due approcci principali: gli spaziatori realizzati manualmente dal chirurgo in sala operatoria e gli spaziatori preformati prodotti industrialmente. I primi, sebbene economici, presentano limiti importanti: non hanno un design anatomico, non permettono una vera articolazione e il risultato dipende molto dall’abilità del chirurgo. Gli spaziatori preformati, invece, garantiscono maggiore standardizzazione e tempi chirurgici ridotti, ma sono poco personalizzabili: le taglie sono standard, il contenuto antibiotico è predefinito e spesso non si adatta perfettamente alle esigenze cliniche del singolo paziente. Inoltre, richiedono un ampio stock in ospedale, occupando spazio e generando complessità logistiche. La nostra innovazione consiste nell’offrire la terza generazione di spaziatori. Con il sistema SpaceFlex, abbiamo progettato una soluzione che combina i vantaggi delle tecnologie precedenti: l’affidabilità e la standardizzazione degli spaziatori preformati, insieme alla flessibilità di un dispositivo realizzato direttamente in sala operatoria. Garantiamo alta personalizzazione, sia in termini di configurazioni sia di trattamento terapeutico, il tutto con un numero ridotto di confezioni, riducendo lo spazio necessario per lo stoccaggio e ottimizzando la logistica in ospedale.</em></p>
<p><strong>Il sistema permette di personalizzare lo spaziatore direttamente in sala operatoria. Quanto è importante questa possibilità per il lavoro del chirurgo e per il trattamento del paziente?<br />
</strong><em>In sala operatoria, poter creare uno spaziatore su misura fa davvero la differenza. Ogni paziente è diverso, con anatomia, tipo di infezione e microrganismo unici. I nostri spaziatori sono modellati sulla reale anatomia del paziente, garantendo adeguato tensionamento dei tessuti, un migliore adattamento anatomico, supporto meccanico e riduzione del rischio di dislocazione e lussazione. Sono inoltre personalizzabili con antibiotici scelti in base all’antibiogramma del paziente, assicurando un alto rilascio locale nel sito infetto e minima tossicità sistemica. Il chirurgo può così prendere decisioni in tempo reale, basate sulle esigenze specifiche del paziente, senza vincoli predefiniti, ottimizzando la terapia locale e affrontando in modo più preciso ed efficace una delle complicanze più complesse della chirurgia protesica.</em></p>
<p><strong>Il vostro metodo consente anche l’aggiunta di antibiotici al cemento utilizzato per realizzare lo spaziatore. Quali vantaggi offre questa caratteristica?<br />
</strong><em>La possibilità di aggiungere antibiotici in polvere termostabili al cemento durante la preparazione dello spaziatore è uno degli aspetti più importanti del nostro metodo. Le infezioni periprotesiche sono eterogenee: ogni paziente può avere microrganismi differenti, che richiedono una terapia mirata. Integrando gli antibiotici direttamente nel cemento (procedura off-label), il chirurgo può modulare il trattamento in base all’antibiogramma, scegliendo il farmaco più appropriato per il singolo caso. Test in vitro sui nostri cementi a bassa viscosità hanno dimostrato che, se la quantità di antibiotico è opportunamente stabilita, le proprietà meccaniche del cemento non vengono compromesse. Inoltre, l’aggiunta di antibiotico fresco al momento della preparazione migliora significativamente l’eluzione locale e, nel caso di combinazioni di farmaci, può generare un effetto sinergico<strong>, </strong>aumentando ulteriormente la concentrazione del principio attivo direttamente nel sito dell’infezione e potenziando l’efficacia terapeutica. In questo modo, lo spaziatore non è più solo un supporto temporaneo, ma diventa uno strumento attivo nella gestione personalizzata delle infezioni periprotesiche, offrendo al chirurgo la flessibilità necessaria per adattare la strategia terapeutica a ogni paziente.</em></p>
<p><strong>Il sistema SpaceFlex prevede diverse configurazioni per anca, ginocchio e spalla: quali sono i tempi e le modalità di realizzazione di ognuna di queste, durante l’intervento chirurgico?</strong><br />
<em>Durante l’intervento chirurgico, uno spaziatore realizzato con il sistema SpaceFlex può essere prodotto in circa 15 minuti, soprattutto quando in sala operatoria si lavora in modalità team working. Mentre il chirurgo utilizza i trial per valutare l’anatomia del paziente e identificare la dimensione più adatta dello spaziatore, un infermiere o uno specialist può iniziare la preparazione del campo sterile e del cemento osseo. Una volta definita la misura più idonea, gli stampi vengono riempiti con cemento osseo G21, come G3 o G3A, cementi a bassa viscosità progettati appositamente per l’utilizzo con questa tecnologia. Dopo che il cemento ha completato la polimerizzazione direttamente all’interno dello stampo, lo spaziatore viene estratto, rifinito e quindi impiantato. In molti casi, come per spalla e anca, l’impianto può avvenire senza ulteriore cementazione, grazie al design press-fit del dispositivo.</em></p>
<p><strong>Quali sono stati i principali riconoscimenti dai chirurghi che utilizzano questa tecnologia?</strong><br />
<em>Negli anni abbiamo ricevuto riscontri molto positivi dai chirurghi che utilizzano la tecnologia SpaceFlex. I chirurghi comprendono e accolgono il nostro concetto di innovazione, apprezzando il fatto che il sistema permette di non scendere a compromessi su un trattamento specifico e mirato per ciascun paziente, e ne valorizzano l’elevata customizzazione e sicurezza.</em></p>
<p><strong>Guardando al futuro, quali ulteriori innovazioni pensate possano fare la differenza nei prossimi anni?<br />
</strong><em>Guardando al futuro, puntiamo a promuovere lo sviluppo di biomateriali sempre più innovativi, in grado di migliorare ulteriormente le prestazioni di soluzioni come cementi ossei e spaziatori. Allo stesso tempo, continueremo a investire nella costante evoluzione dei nostri dispositivi, con ricerca e innovazione mirate a offrire prodotti sempre più efficaci e affidabili per i professionisti sanitari.</em></p>
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		<title>Fotonica, la tecnologia che guida l’innovazione biomedicale: il ruolo del progetto europeo PhotonHub PHACTORY</title>
		<link>https://www.biomednews.it/fotonica-la-tecnologia-che-guida-linnovazione-biomedicale-il-ruolo-del-progetto-europeo-photonhub-phactory/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:57:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fotonica rappresenta oggi una delle &#8220;tecnologie abilitanti&#8221; fondamentali per il futuro dell&#8217;Europa: si tratta di innovazioni che nascono da un lungo lavoro di studio e ricerca e che guidano il cambiamento tecnologico, rendendo di molto migliori i prodotti, i servizi e il modo di lavorare. La capacità della Fotonica di agire da motore per...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La<strong> fotonica</strong> rappresenta oggi una delle &#8220;tecnologie abilitanti&#8221; fondamentali per il futuro dell&#8217;Europa: si tratta di innovazioni che nascono da un lungo lavoro di studio e ricerca e che guidano il cambiamento tecnologico, rendendo di molto migliori i prodotti, i servizi e il modo di lavorare. La capacità della Fotonica di agire da <strong>motore per l’innovazione in molteplici settori</strong> tra i quali, la <strong>salute</strong>, è oggi più che mai strategica: in un mondo sempre più interconnesso e dipendente da soluzioni di precisione, essa rappresenta il motore invisibile che alimenta la <strong>diagnostica avanzata</strong> e le più <strong>moderne terapie mediche</strong>.</p>
<p>In questo scenario si inserisce <a href="https://photonhub.eu/about/phactory/" target="_blank" rel="noopener"><strong>PhotonHub PHACTORY</strong></a>, un <strong>hub di innovazione sostenuto dall’Unione Europea con un budget di 15 milioni di euro</strong>. Operando come uno &#8220;sportello unico&#8221; (one-stop-shop), il progetto mira ad <strong>accelerare l&#8217;integrazione della fotonica nell&#8217;industria</strong>, basandosi sul successo della precedente iniziativa &#8220;PhotonHub Europe&#8221;. Grazie alla collaborazione di <strong>30 università e centri di ricerca leader a livello europeo</strong>, PhotonHub PHACTORY mette a disposizione delle PMI tecnologie Fotoniche d&#8217;avanguardia, offrendo un supporto nei processi di produzione, di ricerca e sviluppo e di innovazione. Il <strong>Politecnico di Milano</strong> è tra i protagonisti di questa rete d&#8217;eccellenza attraverso il contributo del Professor Gianluca Valentini, responsabile del progetto per l&#8217;Ateneo. Professore Ordinario di Fisica e Fotonica presso il Politecnico di Milano e ricercatore leader nel gruppo &#8220;Fotonica per la salute&#8221; presso il Dipartimento di Fisica, il professor Valentini , ha orientato i suoi interessi principali verso le applicazioni dei laser in medicina e biologia, approfondendo numerosi temi di ricerca quali l&#8217;interazione laser-tessuto, la fotoablazione con laser nel medio infrarosso, la terapia fotodinamica dei tumori, la spettroscopia, l&#8217;imaging di fluorescenza e l’ottica dei mezzi diffusivi, come i tessuti biologici. Grazie alla sua esperienza scientifica e nella gestione della proprietà intellettuale, il Professor Valentini si è rivelato la figura ideale per guidare il progetto PhotonHub PHACTORY per l’Ateneo, collegando la ricerca d&#8217;eccellenza del Politecnico con il mondo dell&#8217;industria. L&#8217;obiettivo, ora, è comprendere come il progetto PHACTORY possa fungere, concretamente, da vero e proprio acceleratore per le piccole e medie imprese, offrendo loro l&#8217;accesso alle eccellenze della ricerca europea per risolvere sfide tecnologiche a costi estremamente ridotti. Un&#8217;opportunità che appare particolarmente preziosa per il settore biomedicale, dove la luce e le sue applicazioni giocano un ruolo sempre più centrale nella diagnostica e nella cura.</p>
<p>Per saperne di più abbiamo fatto alcune domande al Professor <strong>Gianluca Valentini</strong>, docente di Photonics/Fotonica presso il Politecnico di Milano e responsabile del progetto “<strong>PhotonHub PHACTORY</strong>”</p>
<p><strong>Come definirebbe la fotonica e perché viene considerata la &#8220;tecnologia del futuro&#8221;?<br />
</strong><em>La Fotonica si può sinteticamente definire “la scienza della manipolazione della luce in tutti i suoi aspetti”. Il suo nome deriva da “fotone” quanto di luce, e riguarda la generazione di radiazione elettromagnetica, ad esempio mediante laser, ma anche sorgenti LED, la sua trasmissione sia nello spazio libero che in fibra ottica e la sua rilevazione, eventualmente dopo l’interazione con i materiali, come ad esempio i tessuti biologici. È considerata la tecnologia del XXI secolo, come l’elettronica lo è stata per il XX. Essendo i fotoni immateriali si muovono molto più rapidamente degli elettroni, e già ora le guide ottiche stanno sostituendo i cavi nelle comunicazioni tra le unità di calcolo dei grandi data center. Inoltre, in un futuro prossimo, la fotonica potrebbe diventare la tecnologia abilitante per il computer quantistico. Questi sono solo due esempi per comprendere perché la fotonica sia oggetto di grande interesse da parte della comunità europea, anche in considerazione del buon posizionamento della EU nel panorama mondiale in questa disciplina, al contrario di quanto è avvenuto per la microelettronica.</em></p>
<p><strong>Guardando al settore biomedicale, quali sono le applicazioni più innovative della fotonica oggi, sia in ambito diagnostico che terapeutico?<br />
</strong><em>Quasi tutte le discipline cliniche utilizzano la luce, attribuendo a questa parola un significato esteso che comprende anche porzioni dello spettro non visibili. Nella pratica clinica il laser è utilizzato sia per la rimozione di tessuti patologici che per diagnosi. Questo duplice scenario deriva dalla possibilità di modulare la potenza del laser, la sua lunghezza d’onda e il regime di funzionamento, con impulsi che possono avere una durata fino a pochi femtosecondi (10<sup>-15</sup> s). A bassa potenza, la luce è totalmente innocua per il paziente ed è ottimale per una diagnostica non invasiva, mentre ad alta potenza, e/o in regime di impulsi, il laser può rimuovere il tessuto con grande precisione. Nella diagnostica la luce è presente in molti strumenti come i dispositivi che misurano i parametri emodinamici (emoglobina ossigenata o de-ossigenata) o in sistemi che impiegano la fluorescenza per determinare la perfusione di un tessuto, ad esempio durante la chirurgia epato-biliare o per mappare i vasi della retina. La tomografia ottica (Optical Coherence Tomography), un altro esempio di successo della fotonica in medicina, è ormai una tecnica indispensabile nella diagnostica delle patologie oculari. Recentemente si stanno sviluppando camere iperspettrali, ovvero camere dotate di speciali dispositivi che permettono di registrare lo spettro della luce in ogni punto di un’immagine, invece delle semplici bande RGB. Questi strumenti amplificano notevolmente le capacità diagnostiche perché permettono di mappare un tessuto in modo funzionale e non solo morfologico. L’obiettivo più importante di questa tecnologia, già presente nella pratica clinica, è quello di assistere il chirurgo nella resezione conservativa di tessuto tumorale. Una camera di questo tipo, interamente sviluppata nei nostri laboratori al Politecnico di Milano, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, è attualmente operativa per studi preclinici in un ospedale pediatrico inglese collegato alla prestigiosa University College of London (UCL). Altri metodi di indagine sfruttano l’effetto Raman, un meccanismo che modifica la lunghezza d’onda della luce in modo dipendente dalle molecole con cui essa interagisce. Questa tecnica, che è quasi matura per la pratica clinica, offre grandi prospettive per l’analisi “chimica” dei tessuti biologici a fini diagnostici, ad esempio in istopatologia. Infine, non posso chiudere questa breve rassegna senza citare l’impiego della fotonica nella biologia molecolare e nella genomica e proteomica. Infatti, tutti gli strumenti delle cosiddette scienze -omiche, in un modo o nell’altro, usano la luce.</em></p>
<p><strong>In che modo la fotonica può essere definita una tecnologia &#8220;green&#8221; rispetto ad altre soluzioni industriali?<br />
</strong><em>La fotonica è green per definizione poiché la luce non produce scorie di alcuna natura. Ad esempio, la marcatura laser non usa inchiostri o pigmenti, come la rimozione di vernici mediante laser non necessita di solventi. I recenti miglioramenti nei LED hanno permesso la sostituzione dei tradizionali sistemi di illuminazione con soluzioni ad alta efficienza e basso consumo. Inoltre, sono dispositivi fotonici e, nello specifico optoelettronici, i pannelli che convertono la luce del sole in energia elettrica, uno dei più importanti strumenti della transizione green.</em></p>
<p><strong>Che cos’è esattamente il progetto “PhotonHub PHACTORY”?</strong><br />
<em>Il progetto PhotonHub PHACTORY è un&#8217;importante iniziativa della Comunità Europea finanziata con 15 M€ per incrementare l’impiego delle tecnologie fotoniche da parte delle imprese Europee, soprattutto quelle di piccola e media dimensione (Small Medium Entreprises – SME). L’obiettivo primario è quello di permettere, soprattutto ad aziende che non hanno familiarità con la Fotonica, di avvalersene per lo sviluppo di nuovi prodotti e/o per l’innovazione di processo, grazie alla consulenza di esperti internazionali che ricevono finanziamenti specifici per supportare le aziende. Dal punto di vista legale PhotonHub PHACTORY è un consorzio paneuropeo a cui aderiscono circa 30 primarie istituzioni di ricerca, sia università che centri di ricerca, come il Consiglio Nazionale delle Ricerche Italiano o l’analogo CNRS Francese. Il consorzio è coordinato dalla Vrije Universiteit Brussel (VUB), un prestigioso istituto universitario che da circa 20 anni coordina progetti Europei basati sulla Fotonica per il supporto all’innovazione nelle imprese, come ACTPHAST e PhotonHub Europe.</em></p>
<p><strong>Il progetto “PhotonHub PHACTORY” viene presentato come l&#8217;erede di PhotonHub Europe: può confermarci che i risultati ottenuti sono stati molto positivi?</strong><br />
<em>Per questo parlano i numeri: PhotonHub Europe che terminerà ad aprile 2026, senza soluzione di continuità con PhotonHub PHACTORY, negli ultimi 4 anni ha supportato circa 100 imprese, con una stima di incremento di fatturato di circa 750 M€ e l’assunzione di circa 1000 nuove unità di personale (dati VUB).</em></p>
<p><strong>Quali sono i servizi specifici a cui una PMI può accedere attraverso questo hub? Si parla di consulenza, formazione e finanziamenti: come si integrano tra loro?</strong><br />
<em>Il meccanismo con cui opera PhotonHub PHACTORY è quello di guidare le aziende nell’incremento della maturità tecnologica per lo sviluppo di un prodotto o di un processo. L’innalzamento viene riferito al cosiddetto Technology Readiness Level (TRL). Questo può avvenire a diversi stadi, a partire da TRL 2 (concettualizzazione della tecnologia), fino a TRL 7 (dimostrazione di funzionalità in ambiente operativo): praticamente ad un passo dall’immissione sul mercato. Si possono ottenere corsi di formazione sia online che in presenza sulle tematiche coperte dal progetto: Agriculture &amp; Food; Health; Digital Infrastructure; Manufacturing &amp; Industry 5.0; Climate, Mobility &amp; Energy; Safety, Security &amp; Space. Inoltre, al di là della consulenza tecnologica per l’innalzamento del TRL, per aziende Start-up, o comunque in early stage, il progetto PhotonHub PHACTORY offre anche la consulenza di esperti per l’innalzamento del cosiddetto Investment Readiness Level (IRL), ovvero per supportare le aziende nelle relazioni con il sistema finanziario per ottenere risorse per lo sviluppo.</em></p>
<p><strong>Per un&#8217;impresa del settore biomedicale, quali tecnologie fotoniche specifiche possono essere inserite o implementate tramite il progetto “PhotonHub PHACTORY” per migliorare la produzione o la ricerca e sviluppo?</strong><br />
<em>Dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere. PhotonHub PHACTORY si basa sulla concretezza e parte dai bisogni delle aziende. Non fornisce ricerca di base, ma soluzioni ai problemi delle aziende. Si deve però tenere presente la necessità di proporre progetti innovativi, nella logica dell’innalzamento del TRL. Ad esempio, si può pensare alla sostituzione di metodi di analisi basati su reagenti con tecniche di spettroscopia. Oppure si può introdurre nella filiera produttiva lo smart manufacturing basato sulle tecnologie fotoniche. Ad esempio, il laser, già ampiamente impiegato per il taglio e la saldatura, può semplificare radicalmente le micro-lavorazioni, grazie all’impiego di impulsi ultra brevi (femtosecondi) per scolpire un materiale con precisione micrometrica.</em></p>
<p><strong>Se un&#8217;azienda ha un problema tecnico o un&#8217;idea innovativa, qual è l&#8217;iter pratico per richiedere il supporto di “PhotonHub PHACTORY”?</strong><br />
<em>Il processo è molto semplice. L’azienda si collega al portale di PhotonHub usando un <a href="https://photonhub.eu/apply-for-innovation-support/">link</a> che apre una finestra di registrazione in cui, oltre ai dati del referente e dell’azienda c’è uno spazio per descrivere il progetto di innovazione che si intende perseguire. In questo modo si crea un lead. Il lead innesca un processo gestito da PhotonHub PHACTORY che porta l’azienda a dialogare con un esperto (scout). Lo scout ha il compito di svolgere un’istruttoria che termina con un report sottoposto ad un comitato che ha il compito di valutare la fattibilità del progetto. In caso affermativo, all’azienda viene assegnato un ente partner del progetto con il quale essa stipula un contratto nel quale si negoziano anche tematiche sensibili per l’azienda come la riservatezza e la gestione della proprietà intellettuale. Un importante aspetto di PhotonHub PHACTORY è il vincolo transfrontaliero. Infatti, per la policy della Comunità Europea, le aziende di una nazione possono essere supportate solo da centri di ricerca o università di un’altra nazione. Apparentemente questo può sembrare un limite, ma nella realtà permette alle aziende di allargare le proprie relazioni internazionali, con potenziali benefici anche su altri fronti.</em></p>
<p><strong>Un ulteriore criterio interessante è costituito dai costi: come funziona il modello di finanziamento europeo che permette alle aziende di contribuire solo per una minima percentuale alle spese (intorno al 10% o anche meno)?</strong><br />
<em>Certamente! E’ importante sottolineare che i progetti di innovazione approvati dal comitato di valutazione sono quasi interamente sovvenzionati da PhotonHub PHACTORY, con lo schema riportato nella tabella seguente, a titolo di esempio.</em></p>
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<p><em>Questo finanziamento però non va all’azienda, ma copre i costi della ricerca svolta dal partner che segue il progetto.</em></p>
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		<title>Silicone biomedicale: quando la chimica dei materiali fa la differenza</title>
		<link>https://www.biomednews.it/silicone-biomedicale-quando-la-chimica-dei-materiali-fa-la-differenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 14:31:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[dispositivi medici]]></category>
		<category><![CDATA[Silicone]]></category>
		<category><![CDATA[Silicone & Specialties]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il silicone è ampiamente impiegato nella progettazione di dispositivi biomedicali, in particolare quando sono richieste stabilità chimica, biocompatibilità e prestazioni meccaniche costanti nel tempo. La struttura silossanica, stabile e flessibile, garantisce un comportamento prevedibile anche dopo cicli ripetuti di sterilizzazione, senza rilascio di sostanze migrabili tipiche di molti polimeri organici. Queste proprietà rendono il silicone...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>silicone</strong> è ampiamente impiegato nella progettazione di dispositivi biomedicali, in particolare quando sono richieste <strong>stabilità chimica, biocompatibilità e prestazioni meccaniche costanti nel tempo</strong>. La struttura silossanica, stabile e flessibile, garantisce un comportamento prevedibile anche dopo cicli ripetuti di sterilizzazione, senza rilascio di sostanze migrabili tipiche di molti polimeri organici. Queste proprietà rendono il <strong>silicone adatto a un’ampia varietà di applicazioni in ambito biomedicale</strong>, ma in un contesto in cui i dispositivi diventano sempre più sofisticati e i requisiti regolatori più stringenti, cresce la necessità di partner in grado di unire competenze sui materiali, capacità produttive certificate e una conoscenza approfondita delle esigenze del settore medicale. È in questo contesto che si inserisce l’attività di <strong><a href="https://www.silicones.it/it/">Silicone &amp; Specialties</a></strong>, realtà italiana fondata e diretta da Emanuele Samuele Berna, direttamente coinvolta nelle attività del <strong>Gruppo Exsto</strong> e del sito produttivo francese di Cavaillon in Provenza, specializzato nella trasformazione del silicone per applicazioni biomedicali.  Per delineare un quadro più specifico, abbiamo chiesto al fondatore di Silicone &amp; Specialties di approfondire alcuni aspetti tecnici e applicativi legati all’impiego del silicone e alle sue potenzialità.</p>
<p><strong>Il silicone è stato definito &#8220;l&#8217;anello mancante tra la chimica organica e inorganica&#8221;. Per quali applicazioni biomedicali viene utilizzato e, in particolare, quali dispositivi producete?</strong><br />
<em>Il silicone è un materiale che, per sua natura, unisce stabilità chimica, inerzia, biocompatibilità e un comportamento elastico costante nel tempo. In particolare, quando parliamo di silicone medical grade, ci riferiamo a materiali formulati e processati secondo requisiti specifici del settore medicale, con tracciabilità dei lotti e dossier di biocompatibilità che ne consentono l’impiego anche in applicazioni critiche. Queste caratteristiche rendono il silicone idoneo a numerosi componenti destinati ai dispositivi biomedicali: tubi per infusione, drenaggi, cateteri, valvole, membrane, dispositivi per nutrizione enterale, maschere, guarnizioni e parti morbide per apparecchiature medicali. Il nostro ruolo non si limita alla produzione di questi componenti, ma riguarda il supporto alle aziende della filiera, dagli OEM (Original Equipment Manufacturers) agli sviluppatori, fino ai produttori di dispositivi, mettendo a disposizione competenze tecniche, capacità produttive qualificate con un approccio orientato alla conformità regolatoria. Partiamo dalle esigenze cliniche e ingegneristiche e le traduciamo in specifiche tecniche: selezioniamo le mescole più idonee, definiamo i processi produttivi, realizziamo prototipi e pre serie. Questo approccio ci permette di accompagnare il cliente lungo tutto l’iter, dalla definizione del progetto fino alla produzione di serie, assicurando che ogni componente nasca da una scelta corretta dei materiali, da un design validato e da un processo conforme agli standard richiesti dal settore biomedicale.</em></p>
<p><strong>Quali sono le caratteristiche e le competenze distintive del sito produttivo francese di Cavaillon, in termini di strutture, certificazioni e tipologia di componenti realizzati?<br />
</strong><em>Il sito produttivo di Cavaillon si estende su oltre 4.000 m² e comprende cinque Clean Room ISO 6 e ISO 7 per una superficie complessiva di circa 700 m², dedicate alla produzione di componenti in silicone mediante estrusione, stampaggio LSR e microstampaggio. Una competenza distintiva del sito è la capacità di realizzare componenti destinati anche a dispositivi impiantabili permanenti, un ambito che richiede processi certificati ISO 13485, materiali con dossier di biocompatibilità estesi (ISO 10993) e un controllo rigoroso delle condizioni ambientali. Si tratta di una capacità presente solo in un numero limitato di stabilimenti specializzati, data la complessità tecnica e documentale richiesta ai fabbricanti di dispositivi di classe III.</em></p>
<p><strong>Silicone &amp; Specialties è una realtà in costante espansione che oggi conta oltre 500 clienti italiani. In che modo l’integrazione nel Gruppo Exsto, leader mondiale nella produzione di articoli in poliuretano, ha rafforzato la vostra capacità di offrire soluzioni innovative e performanti</strong>?<br />
<em>L’integrazione nel Gruppo Exsto ci ha permesso di unire competenze complementari: da un lato la nostra specializzazione nella trasformazione del silicone, dall’altro l’esperienza di Exsto nei poliuretani ad alte prestazioni e nella progettazione di componenti tecnici complessi. Questa combinazione amplia le possibilità progettuali e consente di sviluppare soluzioni più complete, soprattutto nei dispositivi che richiedono materiali diversi.  L’ingresso nel Gruppo ha inoltre rafforzato la nostra capacità di innovazione, grazie all’accesso a competenze ingegneristiche integrate, tecnologie produttive avanzate e strumenti di progettazione condivisi. Questo ci permette di affrontare in modo più strutturato lo sviluppo di nuovi materiali e componenti, con tempi più rapidi e una maggiore solidità tecnica. L’integrazione ha rappresentato anche un salto dimensionale: Exsto ha raggiunto una massa critica che ne consolida la solidità finanziaria e consente investimenti continui in tecnologie di ultima generazione, oltre a una diversificazione geografica degli impianti, oggi presenti in Francia, Italia e Brasile. A questo si affianca una crescente attenzione ai programmi di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale, elementi sempre più rilevanti per il settore medicale e biomedicale.</em></p>
<p><strong>Il Gruppo Exsto con il quale operate in stretta sinergia, occupa una posizione di leadership nella realizzazione di articoli per implantologia permanente. Quale tipo di responsabilità e di orgoglio comporta operare in questa nicchia così critica per la salute umana?<br />
</strong><em>Operare nella realizzazione di componenti destinati all’implantologia permanente comporta una responsabilità etica e tecnica, perché si tratta di dispositivi impiantabili che richiedono materiali con biocompatibilità documentata, processi produttivi estremamente controllati e una tracciabilità completa di ogni fase. È un ambito che non ammette approssimazioni e che richiede rigore in ogni passaggio, dalla selezione delle mescole alla validazione dei processi. Per questo utilizziamo esclusivamente materiali con dossier di biocompatibilità estesi e adottiamo procedure che garantiscono la massima ripetibilità del processo: ambienti controllati, protocolli di pulizia e validazione, controlli qualità su ogni lotto e una documentazione che va oltre i requisiti minimi normativi. Questo impegno è per noi un dovere professionale e ci motiva sapere che contribuiamo a dispositivi con un impatto concreto e duraturo sulla qualità della vita delle persone.</em></p>
<p><strong>Oggi la sicurezza dei materiali è una priorità assoluta per i pazienti. Cosa significa, concretamente, che i vostri siliconi sono totalmente privi di sostanze come bisfenolo-A, ftalati e latex?<br />
</strong><em>Il silicone è un materiale inorganico basato su una catena silossanica molto stabile, che per sua natura non utilizza plastificanti o altri componenti organici a basso peso molecolare. Questo significa che, a differenza di altri polimeri, non contiene né può rilasciare sostanze come bisfenolo‑A, ftalati o lattice. I siliconi platinici Medical Grade che utilizziamo sono formulati per applicazioni medicali e vengono sottoposti alle prove previste dagli standard internazionali, tra cui USP Classe VI e ISO 10993, oltre a rispettare i requisiti FDA e REACH. In pratica, parliamo di materiali con un profilo di sicurezza molto elevato: sono ipoallergenici, hanno un’interazione minima con tessuti e fluidi corporei e mantengono le loro proprietà anche dopo cicli ripetuti di sterilizzazione. Questa combinazione di stabilità chimica, purezza formulativa e controlli documentati li rende particolarmente adatti a dispositivi che richiedono stabilità, prevedibilità e affidabilità nel tempo.</em></p>
<p><strong>Oltre agli aspetti tecnici, oggi il biomedicale è chiamato a confrontarsi anche con la sostenibilità. In che modo il silicone può contribuire a ridurre l’impatto ambientale e quanto questo tema incide nelle richieste dei vostri clienti?<br />
</strong><em>Nel nostro settore la sostenibilità è sempre più legata alla scelta di materiali che garantiscano durata, stabilità e riduzione dei rifiuti. Il silicone, essendo un polimero inorganico derivato da silice e non da idrocarburi, presenta un’impronta ambientale diversa rispetto ai polimeri tradizionali e una durata superiore, che consente di ridurre sostituzioni e rifiuti. La sua stabilità chimica permette cicli ripetuti di sterilizzazione senza degradazione significativa, favorendo l’impiego in dispositivi riutilizzabili. Una corretta gestione a fine vita, permette di mantenere un profilo di smaltimento favorevole: la struttura silossanica del silicone è chimicamente inerziale e non tende a degradarsi in composti reattivi o potenzialmente nocivi durante i normali processi di trattamento dei rifiuti. Questo comportamento, unito alla bassa propensione a rilasciare sottoprodotti indesiderati, lo distingue da molti polimeri organici e contribuisce a ridurre l’impatto ambientale complessivo.</em></p>
<p><strong>Il silicone ormai è ovunque: quali sono, secondo la vostra esperienza, i campi della medicina dove questo materiale sta portando i cambiamenti più interessanti?</strong><br />
<em>Il silicone sta abilitando cambiamenti rilevanti nell’implantologia permanente, dove biocompatibilità, elasticità controllata e stabilità a lungo termine permettono di sviluppare valvole, shunt e componenti protesici più affidabili. Progressi significativi riguardano anche il settore respiratorio, con maschere, raccordi e valvole che beneficiano della maggiore tollerabilità cutanea e della libertà progettuale offerta dal materiale. Un’evoluzione altrettanto importante interessa i dispositivi indossabili (wearable) connessi, dove il silicone consente la realizzazione di sensori morbidi e interfacce cutanee stabili, adatte al monitoraggio continuo di parametri fisiologici. La combinazione di biocompatibilità, elasticità e stabilità lo conferma come materiale chiave per la nuova generazione di dispositivi medicali.</em></p>
<p><strong>Vi proponete non solo come fornitori, ma come consulenti esperti. In che modo il vostro laboratorio interno e il gruppo di ingegneri supportano aziende e professionisti interessati allo sviluppo e alla produzione di articoli in silicone?<br />
</strong><em>Supportiamo aziende e professionisti lungo l’intero sviluppo del dispositivo, offrendo un contributo tecnico che va oltre la semplice produzione. Il laboratorio interno esegue prove meccaniche e termiche, analisi di compatibilità e validazione delle mescole, fornendo dati utili alle scelte progettuali e alla preparazione della documentazione tecnica e regolatoria. La prototipazione tramite stampa 3D accelera le verifiche preliminari e consente di ottimizzare tempi e costi per arrivare alla fase di industrializzazione. Il lavoro integrato tra laboratorio e team di ingegneri permette di definire soluzioni efficienti e conformi ai requisiti del dispositivo, affiancando il cliente in modo continuativo.</em></p>
<p><strong>Data la diffusione &#8220;inarrestabile&#8221; del silicone in quasi ogni ambito della vita quotidiana, quali sono le nuove sfide o i nuovi mercati che Silicone &amp; Specialties si prepara ad affrontare nei prossimi anni?<br />
</strong><em>Stiamo investendo in tre direzioni che riteniamo strategiche per i prossimi anni. La prima riguarda la produzione di micro‑componenti in silicone destinati a dispositivi sempre più miniaturizzati, un ambito in cui precisione e controllo delle mescole diventano determinanti. La seconda è lo sviluppo di materiali ad alte prestazioni per applicazioni critiche, come quelle che richiedono resistenza a temperature elevate, pressioni importanti o requisiti specifici per l’implantologia. La terza area riguarda l’integrazione del silicone con sensori e microelettronica, un campo che apre nuove possibilità per dispositivi intelligenti e soluzioni connesse. Queste tre direttrici ci permettono di rispondere alle esigenze di un settore in rapida evoluzione, sviluppando soluzioni in silicone adatte ai requisiti dei dispositivi di nuova generazione.</em></p>
<p><strong>Qual è la visione di Silicone &amp; Specialties per il futuro dei materiali medicali e quali innovazioni state sviluppando per contribuire alla prossima generazione di dispositivi biomedicali?”<br />
</strong><em>La direzione è quella di materiali medicali sempre più intelligenti, integrati e adatti a dispositivi miniaturizzati. Per questo stiamo sviluppando nuove mescole in silicone con proprietà avanzate, come una maggiore resistenza agli stress meccanici, biocompatibilità certificata e una versatilità che consente geometrie sempre più ridotte. La prossima generazione di dispositivi biomedicali richiederà materiali capaci di garantire sicurezza, performance e integrazione con sensori e microelettronica, e il nostro lavoro si concentra su queste esigenze. L’esperienza sui materiali, il laboratorio interno e la conoscenza dei processi produttivi ci permettono di collaborare con i progettisti nella definizione delle soluzioni più adatte alle applicazioni emergenti, in linea con la filosofia del Gruppo Exsto: “perfecting performance”.</em></p>
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		<title>Ossigeno, ospedali e zeoliti: soluzioni per una risorsa essenziale</title>
		<link>https://www.biomednews.it/ossigeno-ospedali-e-zeoliti-soluzioni-per-una-risorsa-essenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 09:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ospedali l’ossigeno non è una semplice fornitura ma un farmaco vitale per migliaia di pazienti ogni giorno. L’esperienza del Covid-19 ci ha insegnato quanto sia delicato l’equilibrio dei sistemi sanitari e quanto devastanti possano essere le emergenze: la mancanza di ossigeno non è un’eventualità accettabile. Tradizionalmente l&#8217;ossigeno viene stoccato in grandi bombole o serbatoi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ospedali l’ossigeno non è una semplice fornitura ma un farmaco vitale per migliaia di pazienti ogni giorno. L’esperienza del <strong>Covid-19</strong> ci ha insegnato quanto sia delicato l’equilibrio dei sistemi sanitari e quanto devastanti possano essere le emergenze: <strong>la mancanza di ossigeno</strong> <strong data-start="997" data-end="1033">non è un’eventualità accettabile</strong>. Tradizionalmente l&#8217;ossigeno viene stoccato in grandi bombole o serbatoi ad alta pressione: sistemi efficaci ma complessi, che richiedono una logistica costante, spazi dedicati e rigorose misure di sicurezza. La grande necessità di ossigeno, che ha avuto picchi enormi durante la pandemia, ma in realtà anche tutte le terapie intensive in periodi “normali” ci hanno ricordato e ci ricordano ancora oggi quanto questa catena di approvvigionamento possa essere fragile e quanto l’ossigeno, in situazioni critiche, diventi una risorsa molto preziosa. Proprio per questo negli ultimi anni <strong>il modo di pensare alla produzione e alla gestione dell’ossigeno medicale sta cambiando</strong>. La tecnologia sta aprendo la strada a soluzioni che puntano a rendere le strutture sanitarie quanto più autonome e sicure possibile. Un altro aspetto centrale di queste nuove tecnologie insiste sulla continuità dell’erogazione per trasformare l’ossigeno da risorsa instabile a presenza costante e affidabile nella quotidianità ospedaliera. In questo scenario si inserisce l’innovazione sviluppata da <a href="https://www.deltap.it/"><strong>DELTA P</strong></a>, un’azienda italiana che ha ripensato il concetto stesso di “centrale di ossigeno” ospedaliera. In che modo lo abbiamo chiesto al dott. <strong>Luca Taini</strong>, Manager dell&#8217;azienda.</p>
<p><strong>Perché oggi è così importante ripensare il modo in cui gli ospedali producono e gestiscono l’ossigeno?<br />
</strong><em>Oggi l’autoproduzione dell’ossigeno negli ospedali è un punto fondamentale di cui discutere, negli ultimi anni i limiti strutturali e i costi, spesso insostenibili legati ai sistemi più comuni di fornitura hanno messo in risalto una problematica importante che è assolutamente da risolvere.</em></p>
<p><strong>Quando avete capito che il modello tradizionale basato su bombole e serbatoi aveva dei limiti strutturali?<br />
</strong><em>Fin dai primi anni 2000 DELTA P si è impegnata nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie alla portata di tutti per semplificare e migliorare il servizio ospedaliero. Inoltre le notizie sempre più ricorrenti di incidenti legati all’elevata pressione delle bombole ci hanno spinto a trovare una soluzione che non mettesse a rischio il flusso di fornitura di una farmaco salvavita come l’ossigeno.</em></p>
<p><strong>Come funziona la tecnologia alla base dei vostri sistemi?<br />
</strong><em>Il funzionamento è veramente molto semplice, partendo dall’aria che normalmente respiriamo riusciamo ad eliminare l’azoto e altri gas grazie alla zeolite, un filtro naturale che trattiene tutto quello che non è ossigeno, viene poi stoccato all’interno di un serbatoio di accumulo (a bassa pressione) pronto per essere poi utilizzato all’interno dell’ospedale.</em></p>
<p><strong>I filtri molecolari di zeolite sono centrali nel processo di separazione dell&#8217;ossigeno dall&#8217;aria: che ruolo giocano nello sviluppo di questa tecnologia?<br />
</strong><em>La zeolite è il vero filtro che ci consente di eliminare tutte quelle particelle che non sono ossigeno e danno la possibilità di avere una purezza di quanto prodotto ≥ 93%.</em></p>
<p><strong>Qual è la principale differenza, dal punto di vista pratico, tra un impianto tradizionale e un sistema come il vostro OxGen?<br />
</strong><em>Una delle più grandi differenze è la possibilità di avere sempre a disposizione ossigeno senza dover attendere l’arrivo del fornitore del gas per ricaricare il serbatoio criogenico e/o la sostituzione delle bombole qualora terminassero anzitempo, in secondo luogo non ci sono costi “nascosti” l’autoproduzione si fa solo al bisogno e con dei costi di gestione veramente limitati.</em></p>
<p><strong>La sicurezza è un tema centrale quando si parla di ossigeno: in che modo questa tecnologia riduce i rischi per le strutture sanitarie?<br />
</strong><em>La pressione di utilizzo di un generatore di ossigeno non mette a rischio esplosione l’intero impianto, la macchina in automatico, se non viene utilizzata per diverso tempo fa dei cicli di pulizia dell’ossigeno già prodotto così da garantirne sempre la purezza adeguata. Inoltre le bombole fornite al momento sono a 200 bar anche se siamo a conoscenza dell’aumento della pressione delle stesse fino a 300 bar.</em></p>
<p><strong>Come viene garantita la continuità di erogazione, anche in caso di picchi di consumo o imprevisti?<br />
</strong><em>La normativa di riferimento è quella Francese (AFNOR) e noi utilizzando questa normativa calcoliamo circa il 20% in più di un utilizzo intensivo dell’ossigeno. Il calcolo che il fornitore fa per ricaricare il serbatoio criogenico è sul consumo medio, il nostro calcolo si basa sul massimo momento di picco, garantendo il corretto funzionamento del generatore.</em></p>
<p><strong>Dal punto di vista dei costi, cosa cambia per un ospedale che decide di produrre ossigeno in loco?<br />
</strong><em>Da diversi anni sentiamo parlare di economia sempre più sostenibile, l’inquinamento nelle nostre città è ai massimi storici, con il nostro autoproduttore siamo in grado di ridurre le emissioni di CO2, dato che riduciamo la consegna delle bombole ci sono meno camion in giro a fare le diverse consegne, in più se un ospedale utilizza i pannelli solari per alimentare la struttura il costo di produzione di 1 m3 di Ossigeno è praticamente pari a 0. DELTA P è sempre attenta a trovare soluzioni che possano garantire la riduzione di emissioni di anidride carbonica e che siano a impatto zero.</em></p>
<p><strong>In quanto tempo una struttura può rientrare dell’investimento iniziale?<br />
</strong><em>Dipende, tendenzialmente la risposta corretta è 2/3 anni però come anticipato ci sono diversi fattori che influenzano questa risposta, pannelli solari, costi di fornitura che possono variare in base al periodo storico modificano il ROI, volendo rimanere larghi sul range direi 3/4 anni al massimo.</em></p>
<p><strong>Questa tecnologia è pensata solo per grandi strutture ospedaliere o può adattarsi anche a realtà più piccole?<br />
</strong><em>A dire il vero si adatta molto meglio alle strutture più piccole che fanno un utilizzo più per letti di degenza e/o un utilizzo meno intensivo rispetto ai grandi ospedali pubblici che al loro interno hanno letti di terapia intensiva e sale operatorie. DELTA P è in grado di fornire, con un singolo generatore marcato CE, circa 60 m3/h di Ossigeno, tutti i nostri generatori sono modulabili e quindi affiancare 2-3 generatori nello stesso sistema, per raggiungere portate più elevate, è una soluzione molto pratica ed intelligente perché così si possono eseguire anche le manutenzioni alle macchine senza ridurre e/o avere ammanchi di ossigeno all’interno della struttura.</em></p>
<p><strong>Può trovare spazio anche nelle cure a domicilio?<br />
</strong><em>No, il sistema di autoproduzione si collega direttamente ad un impianto di ossigeno nuovo o già esistente, solitamente nelle abitazioni private questo non può essere fatto, inoltre si dovrebbe trovare un locale dedicato dove installarlo e la spesa per fare questo tipo di installazione non è sufficiente per giustificare l’utilizzo dell’ossigeno che solitamente viene fatto in casa.</em></p>
<p><strong>Viene applicata anche negli stabilimenti industriali? In quali settori?<br />
</strong><em>Industria 4.0 ha dato una grande spinta all’utilizzo degli autoproduttori di Ossigeno e Azoto in ambito industriale, diverse sono le applicazioni, in ambito industriale quello che va per la maggiore è sicuramente il generatore azoto i cui utilizzi sono svariati come per esempio, il farmaceutico, l’alimentare per poi andare su settori come i tagli laser eccetera. Qui vale lo stesso discorso fatto in precedenza sull’emissioni, meno camion che girano a consegnare il gas meno CO2 prodotta, più sicurezza sulle strade e meno rischi esplosione.</em></p>
<p><strong>Quali sviluppi futuri immaginate per questa tecnologia?<br />
</strong><em>In altri paesi europei è diventato obbligatorio l’utilizzo dei generatori di ossigeno sia nel pubblico che nel privato, quello che ci auguriamo è che l’Italia per una volta non sia l’ultima nazione ad arrivarci ma che si metta in primis a validarne l’importanza così che se mai ci fosse un&#8217;altra emergenza potremmo ritenerci un po’ più preparati ad affrontarla. <span data-olk-copy-source="MessageBody">Come per tutte le tecnologie, esistono ampi margini di miglioramento, sui quali stiamo già lavorando per ottimizzare ulteriormente le prestazioni.</span></em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’AI al servizio dei medici per orientarsi nella letteratura scientifica</title>
		<link>https://www.biomednews.it/lai-al-servizio-dei-medici-per-orientarsi-nella-letteratura-scientifica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 07:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni Medico sa di poter contare sulle pubblicazioni e gli studi scientifici che le riviste specializzate mettono a disposizione. Si tratta però di una mole enorme di documenti, molto difficile da consultare con il rischio di non arrivare a delle informazioni preziose perché non è stato possibile trovarle. Questa situazione ha portato alla nascita di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni Medico sa di poter contare sulle pubblicazioni e gli studi scientifici che le riviste specializzate mettono a disposizione. Si tratta però di una mole enorme di documenti, molto difficile da consultare con il rischio di non arrivare a delle informazioni preziose perché non è stato possibile trovarle. Questa situazione ha portato alla nascita di <strong>DatAIMed</strong>, una startup italiana fondata a Torino nel 2024.</p>
<p>L’idea di base è tanto semplice quanto potente: usare l’intelligenza artificiale per aiutare medici e ricercatori ad orientarsi nel mare della letteratura scientifica, individuando le evidenze più affidabili. La piattaforma analizza milioni di studi, li seleziona e li sintetizza, trasformando dati complessi in informazioni chiare e utili per prendere decisioni più consapevoli. In questo modo, la tecnologia diventa un’alleata della medicina, capace di supportare i Professionisti che ogni giorno si prendono cura degli altri, con strumenti di approfondimento molto veloci che consentono di valutare più possibilità e di scegliere il percorso migliore per ogni paziente.</p>
<p>Sapere che dietro una scelta medica ci sono soluzioni e decisioni selezionate grazie a <strong>DatAIMed, </strong>è importante per elevare gli standard dell’assistenza sanitaria e contribuisce a migliorare il rapporto di fiducia con i pazienti e con le loro famiglie. Ne abbiamo parlato con <strong>Dario Taborelli, </strong>Fondatore e CEO della Startup.</p>
<p><strong>Dott. Taborelli, come vi è venuta l’idea e qual è l’innovazione che avete brevettato per realizzarla?</strong></p>
<p><em>L’idea di DatAIMed nasce da un problema concreto vissuto ogni giorno da medici, ricercatori e professionisti sanitari: l’impossibilità pratica di rimanere aggiornati su una letteratura scientifica in continua crescita, sempre più vasta e complessa. </em><em>Oggi vengono pubblicati milioni di articoli scientifici ogni anno. Anche per un clinico esperto, consultare, valutare criticamente e sintetizzare queste evidenze è estremamente oneroso in termini di tempo ed energie. Questo crea un divario tra ciò che la scienza produce e ciò che riesce effettivamente a essere applicato nella pratica clinica. </em><em>DatAIMed ha sviluppato un’architettura di intelligenza artificiale e algoritmi proprietari, progettata per eseguire in modo automatizzato fasi tipiche delle revisioni sistematiche: ricerca bibliografica, screening degli studi, valutazione della qualità metodologica, estrazione delle evidenze e sintesi critica dei risultati. </em><em>L’innovazione non consiste solo nell’uso dell’AI, ma nell’aver costruito un sistema strutturato, riproducibile e trasparente, che integra fonti scientifiche autorevoli e restituisce informazioni tracciabili, verificabili e utilizzabili nel processo decisionale clinico.</em></p>
<p><strong>Da quante persone è formata la vostra squadra e quanto tempo avete impiegato per arrivare alla soluzione che proponete al mercato?<br />
</strong><em>DatAIMed è oggi composta da un team multidisciplinare di <strong>15 persone</strong>, che integra competenze cliniche, scientifiche e tecnologiche. </em><em>In particolare, il gruppo include: </em><strong><em>5 medici</em></strong><em>, coinvolti nella supervisione scientifica e nella validazione clinica; </em><strong><em>2 fisioterapisti/ricercatori</em></strong><em>, con esperienza diretta nella pratica clinica e nella medicina basata sulle evidenze; </em><strong><em>6 ingegneri informatici e specialisti in intelligenza artificiale</em></strong><em>, responsabili dello sviluppo degli algoritmi, dell’architettura della piattaforma e dei modelli di analisi della letteratura; </em><strong><em>2 collaboratori in ambito digital marketing e comunicazione</em></strong><em>, impegnati nella diffusione del progetto e crescita sul panorama nazionale e europeo. </em><em>Per quanto riguarda i tempi di sviluppo, il progetto ha seguito un percorso strutturato: abbiamo dedicato circa <strong>8 mesi alla fase di pre-validazione</strong>, focalizzata sulla ricerca, sulla progettazione dell’architettura e sui primi prototipi, seguiti da <strong>6 mesi di validazione</strong>, durante i quali la piattaforma è stata testata con professionisti sanitari reali, affinando l’accuratezza degli algoritmi e l’affidabilità delle analisi. </em><em>Questo percorso ha permesso di costruire una soluzione solida, basata su criteri scientifici rigorosi e su un confronto continuo con il mondo clinico.</em></p>
<p><strong>Come è stata accolta dai Medici? È molto costoso poterla utilizzare?<br />
</strong><em>L’accoglienza da parte dei medici è stata molto positiva, soprattutto tra coloro che lavorano in contesti clinici complessi o svolgono attività di ricerca. </em><em>Uno dei feedback più frequenti riguarda il risparmio di tempo e la possibilità di prendere decisioni più informate in modo più rapido, senza rinunciare alla qualità delle fonti. Molti professionisti vedono DatAIMed come un supporto alla pratica clinica e non come una sostituzione del giudizio medico, che resta sempre centrale. </em><em>Per quanto riguarda i costi, il nostro obiettivo è rendere la piattaforma accessibile. Abbiamo sviluppato modelli di abbonamento pensati per singoli professionisti, ricercatori, studenti e strutture sanitarie, mantenendo un equilibrio tra sostenibilità economica e diffusione dello strumento. L’idea è che l’accesso all’evidenza scientifica di qualità non debba essere un privilegio per pochi. Il piano annuale per un medico/professionista sanitario è di 150 €.</em></p>
<p><strong>Quali sono i Vostri progetti di sviluppo della Società?<br />
</strong><em>Guardiamo al futuro con una visione chiara: rendere DatAIMed un punto di riferimento europeo per il supporto decisionale clinico basato sulle evidenze. </em><em>Stiamo lavorando all’espansione delle funzionalità della piattaforma, all’integrazione con i workflow clinici e ospedalieri, e allo sviluppo di moduli avanzati in grado di collegare i dati clinici reali con la letteratura scientifica. </em><em>L’obiettivo è costruire un’infrastruttura digitale che aiuti i professionisti sanitari a trasformare la conoscenza scientifica in decisioni migliori per i pazienti. </em><em>Parallelamente, stiamo rafforzando le collaborazioni con ospedali, università e centri di ricerca, e pianificando un percorso di crescita a livello europeo, sia in termini tecnologici sia di impatto clinico.</em></p>
<p>Ancora una volta un bell’esempio concreto di collaborazione tra un’Azienda Innovativa, le Strutture per la cura delle persone e la Ricerca Scientifica.</p>
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		<title>Aziende Biomedicali e Report ESG, ulteriori complessità da gestire</title>
		<link>https://www.biomednews.it/aziende-biomedicali-e-report-esg-ulteriori-complessita-da-gestire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 07:48:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche nel settore biomedicale l’attenzione alla sostenibilità sta crescendo e molte aziende sono alle prese con le conseguenze pratiche che tutto ciò comporta. Misurare e comunicare in modo trasparente il proprio impatto ambientale, sociale e organizzativo è una necessità che richiede il rispetto di procedure e formalità complesse. La resistenza ad introdurre ulteriori complessità gestionali...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche nel settore biomedicale l’attenzione alla sostenibilità sta crescendo e molte aziende sono alle prese con le conseguenze pratiche che tutto ciò comporta. Misurare e comunicare in modo trasparente il proprio impatto ambientale, sociale e organizzativo è una necessità che richiede il rispetto di procedure e formalità complesse.</p>
<p>La resistenza ad introdurre ulteriori complessità gestionali nell’organizzazione aziendale, di conseguenza, ritarda la diffusione della rendicontazione di sostenibilità.</p>
<p>Ma perché le imprese biomedicali e della filiera medtech dovrebbero farla?</p>
<p>Le principali ragioni sono:</p>
<ul>
<li>la Normativa Europea;</li>
<li>le richieste di dati relativi alle iniziative per migliorare l’impatto ambientale che le Clienti Grandi Aziende fanno ai propri fornitori;</li>
<li>possibili premialità nei bandi per contributi pubblici.</li>
</ul>
<p>Chi decide di intraprendere questo percorso affronta una sfida complessa perché mancano strumenti e competenze interne rendendo necessario ricorrere a consulenti esterni specializzati.</p>
<p>Nell’ultima edizione di Circular Medical Expo una startup innovativa ha presentato una <strong>piattaforma digitale sviluppata proprio per semplificare la rendicontazione di sostenibilità</strong>. È la <strong>Deempact s.r.l. Società Benefit</strong> di Padova (<a href="http://www.deempact.io">www.deempact.io</a>).</p>
<p>Si tratta di una web-app che consente alle aziende di raccogliere e organizzare i dati legati alle proprie attività, accompagnando l’utente nella creazione di report ESG chiari e strutturati, utili sia per la comunicazione verso stakeholder e partner, sia per un’analisi interna delle performance.</p>
<p>Un aspetto particolarmente rilevante per un settore come quello biomedicale, dove tracciabilità, affidabilità dei processi e responsabilità sono elementi chiave.</p>
<p>Per saperne di più abbiamo fatto alcune domande direttamente all’Azienda ed in particolare alla dott.ssa <strong><u>Giada Storti – CEO e Founder di Deempact.</u></strong></p>
<p><strong>Ci racconta brevemente la storia della Società?<br />
</strong><em>Deempact nasce a Padova dall’incontro tra competenze in ambito ESG, innovazione digitale, governance d’impresa e finanza etica. </em><em>L’idea alla base del progetto è molto concreta: rendere la rendicontazione di sostenibilità accessibile anche alle PMI, che spesso riconoscono l’importanza del tema ma faticano a gestirne la complessità normativa e operativa. </em><em>In quel contesto mi sono occupata direttamente della redazione di numerosi report ESG e di impatto, spesso costruiti manualmente, con un grande dispendio di tempo e risorse. È proprio da questa esperienza concreta che è nata l’idea di Deempact: creare una piattaforma digitale che aiutasse le aziende a raccogliere, strutturare e leggere i dati di sostenibilità in modo semplice, guidato e coerente con gli standard europei. Trasformando un processo complesso, frammentato e poco accessibile in uno strumento digitale strutturato, capace di semplificare il lavoro senza perdere rigore. </em><em>Deempact è oggi una startup innovativa e società benefit, perché crediamo che la tecnologia debba generare valore non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Riportando la sostenibilità ad essere percepita che come uno strumento strategico, più che un obbligo oneroso.</em></p>
<p><strong>Da quanto tempo Deempact è presente sul mercato?<br />
</strong><em>Deempact è presente sul mercato <strong>dal 2023</strong>. Fin dall’inizio abbiamo lavorato sulla solidità metodologica della piattaforma, allineandola all’evoluzione della normativa europea e alle esigenze concrete delle imprese, in particolare delle PMI. </em><em>Negli ultimi dodici mesi il progetto ha conosciuto un’accelerazione significativa, sia in termini di clienti che di partnership, confermando l’interesse crescente verso strumenti capaci di rendere la sostenibilità più accessibile e operativa. </em><em>Il settore biomedicale e medtech distinguendosi per standard molto elevati in termini di qualità, tracciabilità e responsabilità, richiede una gestione della sostenibilità particolarmente delicata. Deempact, in questo contesto, si propone come uno strumento di supporto concreto, pensato per accompagnare le aziende passo dopo passo nella raccolta e organizzazione dei dati ESG, anche in assenza di risorse interne dedicate o competenze specialistiche.</em></p>
<p><strong>Quali sono i principali punti di forza di Deempact per le Imprese Biomedicali e del comparto Medtech che non dispongono di risorse interne dedicate alla sostenibilità?<br />
</strong><em>Per molte imprese biomedicali la sostenibilità non è un tema nuovo; ciò che è mancato finora è stato uno strumento capace di raccontarla in modo strutturato, credibile e realmente utilizzabile. La piattaforma realizzata da Deempact consente di strutturare le informazioni in modo coerente e affidabile, un elemento fondamentale in un settore fortemente regolamentato, dove la solidità dei processi è centrale. Allo stesso tempo permette di ottimizzare tempi e risorse, riunendo in un unico ambiente dati che spesso sono distribuiti tra più funzioni aziendali. Un ulteriore valore aggiunto è l’allineamento agli standard di riferimento, che rende la rendicontazione utile non solo per la comunicazione verso clienti e partner, ma anche per rispondere alle richieste che arrivano lungo la filiera.</em></p>
<p><strong>Qual è stata l’accoglienza da parte delle Imprese e quali sono stati i primi risultati ottenuti?<br />
</strong><em>L’accoglienza da parte delle imprese è stata complessivamente positiva, anche se nelle fasi iniziali non è mancata una certa confusione. Per molte PMI il tema della sostenibilità è percepito come complesso e distante dall’operatività quotidiana, perciò, l’introduzione di nuovi strumenti richiede sempre un tempo di adattamento. </em><em>I primi risultati, è importante sottolineare, però, non hanno riguardato solo la produzione di report di sostenibilità più chiari e strutturati, ma soprattutto un cambiamento di approccio: <span style="text-decoration: line-through;">i</span> dati raccolti vengono sempre più utilizzati come strumenti di lettura interna e di miglioramento dei processi, non soltanto come un adempimento formale. </em><em>In diversi casi questo ha contribuito anche a rendere più semplice e ordinato il confronto con clienti, partner e altri stakeholder, che richiedono informazioni sempre più strutturate sui temi ESG.</em></p>
<p><strong>Quali programmi avete per i prossimi due-tre anni?<br />
</strong><em>Nei prossimi due–tre anni Deempact continuerà a investire nello sviluppo tecnologico della piattaforma, con l’obiettivo di renderla sempre più evoluta e allineata al contesto europeo, così da garantire alle imprese uno strumento affidabile anche in un quadro normativo in continua evoluzione. </em><em>Parallelamente lavoreremo sull’integrazione di funzionalità di analisi e supporto alle decisioni, valorizzando i dati raccolti non solo ai fini della rendicontazione, ma anche come leva di gestione interna. In questo percorso, un ruolo centrale sarà giocato dall’introduzione di soluzioni basate su intelligenza artificiale e dallo sviluppo della funzionalità multilingua, per rendere la piattaforma ancora più accessibile e adatta a contesti aziendali e filiere internazionali. </em><em>Accanto allo sviluppo tecnologico, continueremo a rafforzare le partnership territoriali e di filiera, convinti che la sostenibilità sia un percorso che funziona davvero quando coinvolge l’ecosistema nel suo insieme. L’obiettivo resta quello di accompagnare un numero sempre maggiore di imprese in un percorso di sostenibilità concreto, misurabile e realmente utile al business.</em></p>
<p><strong>Sostenibilità utile al business</strong>, questa è la vera sfida nella quale siamo tutti coinvolti.</p>
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		<title>Igienizzare le mani senza detergenti né plastica: una nuova soluzione sostenibile</title>
		<link>https://www.biomednews.it/igienizzare-le-mani-senza-detergenti-ne-plastica-una-nuova-soluzione-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 06:32:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[igienizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione biomedicale]]></category>
		<category><![CDATA[plasma freddo]]></category>
		<category><![CDATA[riduzione plastica]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pulire le mani di frequente è la prima cosa da fare per evitare di essere contagiati da diversi tipi di malattie. Durante la pandemia da Covid-19 lo abbiamo sentito ripetere molte volte, ma è una buona pratica che valeva prima della pandemia come vale oggi, anche se tendiamo a dimenticarcelo. Senza però nulla togliere all’importanza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Pulire le mani di frequente è la prima cosa da fare per evitare di essere contagiati da diversi tipi di malattie. Durante la pandemia da Covid-19 lo abbiamo sentito ripetere molte volte, ma è una buona pratica che valeva prima della pandemia come vale oggi, anche se tendiamo a dimenticarcelo. Senza però nulla togliere all’importanza della pulizia delle mani, sappiamo che il gel e i disinfettanti normalmente utilizzati vengono proposti in contenitori di plastica, che richiedono un notevole impiego di risorse per la loro produzione, il trasporto, il posizionamento ed il ritiro dei vuoti, e spesso l’utilizzo ripetuto di questi prodotti può provocare secchezza alle mani ed in certi casi anche irritazione.</p>
<p>Oggi esiste un’alternativa grazie ad <strong>HT Plasma</strong>, una startup italiana che ha sviluppato un modo diverso per sanificare le mani. Una <strong>nuova tecnologia basata sul “plasma freddo”, innovativa, sostenibile e semplice da usar</strong>e, per garantire pulizia ed igiene frequenti in contesti pubblici e privati.</p>
<p>Il cuore dell’idea si chiama <strong><a href="https://www.htplasma.com/">GLOW</a>:</strong> un dispositivo che sfrutta le proprietà antimicrobiche di un gas ionizzato, il plasma freddo. Questo gas viene generato dall’aria circostante e consente di eliminare dalle mani virus, batteri e funghi. <strong>Basta una presa di corrente e l’inserimento per pochi secondi delle mani nella piccola apparecchiatura per averle igienizzate e asciutte, senza bisogno di gel o salviette.</strong> Un’alternativa all’igienizzazione tradizionale che non produce rifiuti, consuma poca energia e si presenta anche con un bel design compatto e pratico.</p>
<p>Secondo Gianluca De Masi, CEO di HT Plasma, “<em>GLOW è stata pensata per rendere l’igienizzazione non più un gesto occasionale, bensì una pratica quotidiana, disponibile in ogni ambiente sanitario come ambulatori, ospedali, cliniche ecc. ed in generale per tutti gli ambienti pubblici”.</em></p>
<p><strong>Quando e come è nata l’idea di GLOW?<br />
</strong><em>Le proprietà antimicrobiche del plasma freddo sono note da diversi anni e sono state oggetto di un numero considerevole di pubblicazioni scientifiche. Le specie reattive dell’ossigeno e dell’azoto che vengono prodotte durante il processo di ionizzazione permettono di abbattere molto efficacemente la concentrazione di virus, batteri e funghi (come certificato anche dal Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova). Durante il lockdown dovuto alla pandemia del 2020, quando il tema delle mani e il loro ruolo nella diffusione di patogeni ha iniziato a diventare centrale, ci è venuta l’idea di declinare il plasma freddo verso questa possibile applicazione. Abbiamo presentato il progetto di un dispositivo al plasma freddo per l’igienizzazione delle mani alla competizione StartCup Veneto 2020 organizzata dalle Università di Padova, Venezia e Verona. Il progetto che al tempo si chiamava “HandyPlasma” è stato scelto dalla giuria come il migliore nella categoria “Innovazione Industriale”, dandoci la spinta giusta per costituire la startup HT Plasma a febbraio 2021.</em></p>
<p><strong>A che punto siete con lo sviluppo della vostra Startup?<br />
</strong><em>Dopo esserci costituiti nel 2021, abbiamo sviluppato e testato una serie di prototipi tra il 2022 e il 2023, ottenendo anche il brevetto d’invenzione industriale e definendo anche il design insieme a un designer italiano. A inizio del 2024 un primo aumento di capitale e l’ingresso di nuovi soci, ci ha permesso di supportare l’ottimizzazione e l’industrializzazione del dispositivo. Nel 2025 abbiamo finalmente lanciato sul mercato Glow, il primo prodotto di HT Plasma completamente Made in Italy. Ora stiamo selezionando partner commerciali, come distributori e agenti, che ci aiutino a introdurre il dispositivo nel settore sanitario, Ho.Re.Ca. e, più in generale in tutti gli ambienti aperti al pubblico.</em></p>
<p><strong>Quali sono state le principali difficoltà che avete dovuto superare?<br />
</strong><em>Diverse e in diversi ambiti. Sicuramente dal punto di vista tecnico Glow è un dispositivo molto complesso che richiede una profonda conoscenza della dinamica fisica del plasma, della fluidodinamica e della microbiologia. Poi c’è tutta la parte d’ingegnerizzazione e della gestione di alte tensioni da coniugare con il design molto accurato che si può apprezzare in Glow. Su questo non possiamo che ringraziare i nostri partner industriali che si sono messi alla prova su un prodotto e su una tecnologia completamente nuovi. Infine il marketing e la commercializzazione di un prodotto innovativo che cambia il paradigma di un gesto quotidiano a cui non si presta più molta attenzione. Questo ultimo aspetto sappiamo già che richiederà del tempo e sarà probabilmente la sfida più difficile.</em></p>
<p><strong>Siete soddisfatti dei risultati ottenuti?<br />
</strong><em>Sì, molto. Il core della startup viene dal mondo della ricerca e riuscire a rendere disponibile alla comunità una tecnologia fino a qualche anno fa relegata solo ai banchi del laboratorio è un qualcosa che riempie di orgoglio. È chiaro che, come detto sopra, i risultati ora dovranno arrivare dalla risposta del mercato e da come saremo bravi a introdurre Glow nella pratica quotidiana. </em></p>
<p><strong>Che progetti avete e cosa vi serve per portarli avanti?<br />
</strong><em>La tecnologia sviluppata con Glow è estremamente versatile e si presta a tantissime applicazioni che stiamo mettendo a punto.  Sicuramente il primo passo sarà la verifica della possibilità di certificare Glow come dispositivo medico. È una richiesta abbastanza chiara che abbiamo avuto dai distributori con cui ci confrontiamo costantemente. Oggi siamo impegnati sul lancio di Glow ed è chiaro che una startup non ha la struttura per seguire diversi progetti in parallelo. Più velocemente riusciremo a creare una rete vendita almeno su scala nazionale e più facilmente potremo dedicarci allo sviluppo degli altri progetti.</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Apparecchiature per la medicina quantistica: un nuovo scenario per l&#8217;innovazione biomedicale?</title>
		<link>https://www.biomednews.it/apparecchiature-per-la-medicina-quantistica-un-nuovo-scenario-per-linnovazione-biomedicale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 12:35:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fisica]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento della popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina quantistica]]></category>
		<category><![CDATA[Piergiorgio Spaggiari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultima edizione di Circular Medical Expo a Padova, si è parlato, tra le altre cose, di Medicina Quantistica. Per capire meglio di cosa si tratta e quale sia il suo impatto sulla Sanità, e quindi sul settore biomedicale, abbiamo interpellato il Prof. Piergiorgio Spaggiari, un grande esperto della materia, che vanta una originalissima storia personale....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultima edizione di <a href="https://www.biomednews.it/salute-sanita-e-politica/">Circular Medical Expo</a> a Padova, si è parlato, tra le altre cose, di Medicina Quantistica. Per capire meglio di cosa si tratta e quale sia il suo impatto sulla Sanità, e quindi sul settore biomedicale, abbiamo interpellato il <strong>Prof</strong>. <strong>Piergiorgio</strong> <strong>Spaggiari</strong>, un grande esperto della materia, che vanta una originalissima storia personale.</p>
<p>Diplomatosi nel 1960, inizia subito a lavorare come impiegato, ma vince un concorso e si arruola nell’Aereonautica Militare. Durante i quattro anni di ferma come Ufficiale riesce a laurearsi in Fisica.</p>
<p>Lasciato il servizio nell’aprile 1969, viene assunto come Fisico da un’importante Multinazionale, fa una brillante e veloce carriera fino a diventare Direttore del Settore Scienza e Industria e non solo, contemporaneamente all’impegno lavorativo riprende a studiare fino a laurearsi anche in Medicina.</p>
<p>&#8220;<em>Come Fisico</em> – narra Spaggiari – <em>mi ero reso conto quanto più che utile potesse essere la mia impostazione “fisica” in Medicina, e così arrivai a sperimentare, con fondi di ricerca della mia Azienda ed in collaborazione con L’Istituto dei Tumori, un sistema di rilevazione dell’attività delle cellule oncologiche, marcandole con dei radioisotopi</em>”.</p>
<p>Negli anni successivi lascia il lavoro in Azienda per entrare al CNR &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche, in particolare nell’Istituto di Tecnologie Biomediche Avanzate. Ci rimane dieci lunghi anni e poi cambia di nuovo settore e diventa Direttore Generale del prestigioso Istituto Ortopedico ‘Gaetano Pini’. Terminato questo incarico torna per un altro mandato al CNR e poi assume altre Direzioni Generali in vari Istituto di Cura lombardi.</p>
<p>Nonostante i suoi 85 anni, portati benissimo, continua a lavorare sia come Medico, sia come Consulente Scientifico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Commendator Spaggiari, partiamo chiedendole una breve definizione della Medicina Quantistica.<br />
</strong><em>Il termine Medicina Quantistica è direttamente derivato dalla Fisica Quantistica, che studia il comportamento dell’ultra piccolo; gli atomi di cui è composta tutta la materia vivente (uomo, donna, animali e vegetali). Inoltre, la Fisica Quantistica differisce da quella Classica, per il fatto che tutti gli oggetti sono interconnessi tra di loro, e non sono separabili. In più, la massa di un oggetto non è solo legata al suo peso, come nella Fisica Classica, ma è una forma di Energia. Questa energia è rappresentata da un’onda, la cui caratteristica essenziale è la frequenza.  </em><em>Alla luce delle considerazioni sopra accennate, essendo il corpo umano formato dalle varie masse (polmoni, fegato, pancreas ecc…) non possiamo più ignorare che, oltre a tutto ciò che ci è stato insegnato alla Facoltà di Medicina (Anatomia, Biologia, Fisiologia, Patologia ecc…), la presenza di onde sottendono ad ogni organo e ad ogni cellula. </em><em>Quindi il corpo umano è attraversato da un grande insieme di onde caratterizzate dalle diverse frequenze. </em><em>Questo concetto che sembrerebbe “stravolgente”, in realtà, anche alla Medicina Classica doveva già essere noto, poiché tutti voi avrete avuto la casualità di effettuare un elettrocardiogramma; ovvero l’analisi dell’andamento della corrente generata dal vostro cuore. Da questi segnali elettrici emessi, il cardiologo effettua la diagnosi. Ma ricordo a tutti voi che, la circolazione di una corrente in un circuito (nella fattispecie quello cardiaco) produce campo elettromagnetico (legge fondamentale della Fisica Classica, studiata nelle scuole medie superiori) che è un’onda che si propaga nello spazio e che interferisce con ciascuno di noi. Ma se consideriamo il cervello, centrale operativa del nostro corpo, anche quest’organo emette corrente (elettroencefalogramma) e conseguentemente campo elettromagnetico, ovvero un’onda caratteristica, diversa in funzione delle diverse zone cerebrali. </em><em>Quindi, anche nella Medicina Classica, senza che nessuno lo sapesse, erano già presenti connotati di onde (cardiache, cerebrali), che sono alla base della Medicina Quantistica.</em></p>
<p><strong>Sembra importante, in Italia viene utilizzata in modo diffuso?<br />
</strong><em>Nel nostro paese, il termine di Medicina Quantistica è ancora poco noto, ma il numero di medici italiani che seguono le mie lezioni è sempre più numeroso. </em><em>Pur tuttavia, nella medicina tradizionale, si utilizzano strumenti e tecniche, senza sapere che sono proprio afferenti alla Medicina Quantistica, come l’uso di strumenti che emettono onde a radiofrequenza, laser, led, ultrasuoni, onde acustiche ecc. La diffusione di questi strumenti è ormai generalizzata in molti settori specialistici della medicina moderna. </em></p>
<p><strong>Una sua maggior diffusione che impatto avrebbe sulle cure e sul sistema sanitario?<br />
</strong><em>I vari tipi di onde che generalmente vengono utilizzate sono ad alta potenza, sia per uso chirurgico che per quello terapeutico. Nella Medicina Quantistica le potenze in gioco sono molto basse. Perciò, voglio ricordare che esiste una legge della fisica che afferma che ad un basso stimolo corrisponde una reazione molto grande (per la medicina moderna la logica è esattamente l’opposto). Questo principio si adatta, ad ogni patologia dolorosa e non solo, dell’anziano, del bambino senza alcun effetto collaterale. </em><em>Ci potremmo chiedere qual è il principio alla base della Medicina Quantistica. </em><em>Ci è stato insegnato che tutto ciò che avviene nel corpo umano è dovuto a reazioni biochimiche che nessuno mette in dubbio, ma abbiamo anche dimostrato che nel corpo, ci sono onde che si propagano in tutte le direzioni, ed il cui movimento non deve creare nodi, ovvero ingorghi, la patologia è dovuta alla formazione di questi. La domanda che può essere lecita: “è possibile, utilizzando campi elettromagnetici esterni, modificare l’assetto di quelli interni?”. La risposta è positiva ovvero possiamo ricreare l’armonicità delle onde interne attraverso opportuni campi elettromagnetici. </em><em>È un approccio completamente diverso ed innovativo che permette al Sistema Sanitario Nazionale di avere indubbi vantaggi, sia dal punto di vista economico (le apparecchiature hanno costi molto sostenibili) sia dal punto di vista clinico (non effetti collaterali, costi di applicazione molto ridotti, e soprattutto un ampio campo di applicazione clinica adatta a tutti ed in modo particolare ai più fragili come <strong>anziani e affetti da patologie croniche e degenerative</strong>). </em><em>Una ulteriore applicazione dell’uso dei campi elettromagnetici in medicina è quella dell’<strong>antinvecchiamento </strong>che rappresenterà un campo di applicazione di interesse dell’intera popolazione mondiale.</em></p>
<p><strong>L’industria biomedicale quale ruolo potrebbe giocare in tutto ciò?<br />
</strong><em>L’industria biomedicale è sempre attenta alle novità che possono ampliare il mercato della sanità e soprattutto è molto interessata alle numerose innovazioni tecnologiche che possono ampliare questo mercato. Una di queste innovazioni è rappresentata proprio dalle nuove apparecchiature di Medicina Quantistica.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Riprendendo quindi i concetti evidenziati dal Prof. Spaggiari, potrebbe essere molto interessante per le <strong>Aziende biomedicali dedicarsi allo sviluppo di apparecchiature innovative di medicina quantistica, visto che il loro campo di applicazione clinica avrà probabilmente una crescita importante in tutto il Mondo. </strong></p>
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