Confindustria porta a Mirandola il confronto sul biomedicale: focus su innovazione, competenze e infrastrutture

Innovazione, ricerca, capitale umano, attrattività e infrastrutture: saranno questi i pilastri del convegno “Emilia-Romagna motore di innovazione: futuro e competitività del distretto biomedicale”. L’evento si terrà a Mirandola, presso l’auditorium Rita Levi Montalcini, dalle 10:00 alle 13:00, promosso da Confindustria Dispositivi Medici, Confindustria Emilia-Romagna e Confindustria Emilia Area Centro, in collaborazione con EY. La scelta della data e del luogo è fortemente simbolica: l’incontro si svolgerà infatti il 20 maggio, a esattamente 14 anni dal terremoto del 2012 che rischiò di cancellare definitivamente il polo industriale biomedicale mirandolese. Ad aprire i lavori sarà Fabio Faltoni, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, con una riflessione focalizzata sul settore dei medical device in Italia e sul valore strategico dei singoli territori.

Presidente Faltoni, il suo intervento parlerà di valore strategico dei singoli territori: qual è il valore strategico del territorio mirandolese e quali sfide e opportunità caratterizzano questo territorio e quello nazionale?

Mirandola rappresenta un caso unico nel panorama europeo: un distretto che ha saputo trasformare una forte identità manifatturiera in un ecosistema ad alta intensità di innovazione, dove impresa, ricerca e competenze dialogano in modo continuo. È un territorio che ha dimostrato una straordinaria capacità di resilienza e di evoluzione, diventando un punto di riferimento internazionale per le tecnologie per la salute.

La sua forza sta proprio nella densità delle relazioni industriali e nella specializzazione, che oggi sono asset strategici anche a livello nazionale ed europeo. In uno scenario globale in cui si parla sempre più di autonomia strategica e competitività delle filiere, distretti come questo sono fondamentali.

La sfida è consolidare questo modello, rafforzando connessioni con università, ricerca e sistemi industriali più ampi, così da evitare frammentazioni e valorizzare pienamente il potenziale già presente.

 

Il cuore del dibattito riguarderà l’innovazione e la ricerca, motori indispensabili per la competitività del biomedicale. Sebbene cresca il numero di aziende che investono per trasformare le scoperte scientifiche in prodotti sicuri e autorizzati dal mercato, il passo non è ancora sufficiente. Secondo il Global Innovation Index (GII) 2025 dell’OMPI (Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale), l’Italia occupa infatti il 28° posto su 139 economie, restando distante dai leader mondiali come Svizzera, Svezia e USA. Questo dato impone una riflessione profonda sulle barriere che rendono la crescita del nostro Paese ancora troppo lenta rispetto ai competitor internazionali.

In un settore ad alta intensità tecnologica come quello dei dispositivi medici, quali ritiene siano le principali sfide sistemiche che il nostro Paese deve affrontare per accelerare il passaggio dalla ricerca accademica al mercato?

La sfida principale è trasformare l’eccellenza scientifica in innovazione industriale in modo più rapido e strutturato. In Italia abbiamo competenze accademiche e centri di ricerca di alto livello, ma spesso il passaggio al mercato non è ancora sufficientemente fluido e continuativo.

Servono ecosistemi realmente integrati, in cui università, imprese e centri di trasferimento tecnologico lavorino con una logica comune. In questo senso, esperienze come il Tecnopolo di Mirandola rappresentano un tassello importante: un luogo in cui ricerca applicata e industria possono incontrarsi in modo più strutturato, accelerando la trasformazione delle idee in soluzioni concrete per la salute.

A questo si aggiunge il tema dell’accesso agli investimenti nelle fasi di scale-up, decisivo per portare le tecnologie dalla sperimentazione alla produzione. Un altro elemento centrale è la semplificazione regolatoria: strumenti come MDR e IVDR sono fondamentali per la sicurezza e la qualità, ma devono essere accompagnati da un sistema che non rallenti eccessivamente l’innovazione, soprattutto per le PMI.

Infine, è essenziale una visione industriale di lungo periodo che renda prevedibile e stabile il contesto in cui le imprese innovano.
 

Se il settore biomedicale è il filo conduttore del convegno, un’attenzione particolare va dedicata alle competenze e ai talenti che hanno reso possibile il suo sviluppo. Il distretto Mirandolese, oggi primo in Italia e terzo nel mondo, deve la sua forza non solo all’intuizione dei pionieri degli anni ’60, ma anche a un ecosistema capace di attrarre eccellenze. Esempi concreti sono il Tecnopolo “Mario Veronesi” (TPM), centro nevralgico per il trasferimento tecnologico e la sicurezza dei dispositivi, e il nuovo corso dell’ITS Academy di Mirandola. Quest’ultimo rappresenta un ponte fondamentale tra istruzione e industria, mettendo in dialogo multinazionali e startup con giovani esperti in biotech, industria 4.0 e telemedicina.

Nonostante le eccellenze, il distretto deve però affrontare sfide strutturali, in particolare sul fronte delle infrastrutture. La forte concentrazione di aziende soffre, infatti, per la carenza di collegamenti diretti con la rete autostradale, che genera costi economici ed ambientali e che limita l’attrattività del polo. Attualmente, il territorio non è attraversato da autostrade; i punti d’accesso più vicini restano i caselli di Reggiolo/Rolo e Carpi sull’A22 (distanti oltre 20 km) o quello di Modena Nord sull’A1, situato a circa 35 km di distanza.

Abbiamo iniziato con una domanda sul valore strategico dei territori per il settore dei dispositivi medici. In quest’ottica, quanto pesano i divari infrastrutturali sulla capacità di un distretto d’eccellenza di restare attrattivo e competitivo nei confronti dei grandi player internazionali?

Le infrastrutture sono una condizione abilitante della competitività, non un elemento accessorio. Per un distretto come quello di Mirandola, che opera in filiere globali e ad altissima specializzazione, la capacità di muovere rapidamente persone, tecnologie e prodotti è parte integrante del valore industriale.

I divari infrastrutturali — che riguardano collegamenti viari, logistici, digitali ed energetici — incidono direttamente sull’attrattività dei territori, soprattutto nella competizione internazionale per talenti e investimenti. Non si tratta solo di distanza fisica dai grandi nodi, ma di velocità complessiva del sistema.

Allo stesso tempo, oggi dobbiamo leggere le infrastrutture in senso più ampio: connessioni digitali, reti energetiche e capacità di integrazione tra ricerca e produzione. Quando questi elementi sono efficienti, un territorio può competere ad armi pari anche con i grandi hub globali.

Per questo è fondamentale affrontare il tema in una logica di sistema, perché la competitività dei distretti è anche la competitività del Paese.

 

Fabio Faltoni Presidente Confindustria Dispositivi Medici
Fabio Faltoni Presidente di Confindustria Dispositivi Medici