In un contesto economico caratterizzato da continue trasformazioni il tema della partecipazione torna al centro dell’attenzione. A raccontarne l’evoluzione è Ilaria Vesentini, giornalista economica con una profonda conoscenza del settore biomedicale, insieme a Giuseppe Milan (fondatore e presidente della Fondazione Capitale&Lavoro) nel volume “Capitale e lavoro. La via italiana alla partecipazione”, pubblicato da Post Editori.
Vesentini e Milan analizzano come la partecipazione, nelle sue diverse forme — consultiva, organizzativa, economico-finanziaria e gestionale — possa diventare un modello sostenibile e competitivo per le imprese italiane, in particolare per le PMI, superando la tradizionale contrapposizione tra impresa e lavoratori. Un testo pensato per imprenditori, manager e lavoratori che vogliono assumere un ruolo attivo nella transizione e per chi desidera comprendere le trasformazioni che stanno riscrivendo il rapporto tra impresa, persone e comunità.
Il libro mette al centro il valore delle persone e analizza come coinvolgerle davvero nelle scelte, nei processi e nella visione aziendale possa diventare una leva decisiva per il futuro del sistema produttivo italiano. “Le piccole e medie imprese – spiega Ilaria Vesentini – sono l’architrave, la spina dorsale che tiene in piedi l’Italia e dobbiamo fare di tutto per cercare di salvaguardarla, perché senza le imprese non ci sono i servizi, non c’è bene essere, non è una questione di PIL, è proprio una questione di senso di vita per noi e per le future generazioni. Per questo motivo credo sia fondamentale fare un lavoro di disseminazione su questi temi”.
Per un comparto come il biomedicale, che vive di innovazione continua, competenze specialistiche e responsabilità elevate, il tema è estremamente interessante.
In questo saggio lei, insieme a Giuseppe Milan, descrive la partecipazione come un concetto articolato e non riducibile ai soli aspetti economici. Che cosa significa davvero “partecipazione” e come è nato questo lavoro?
Questo libro nasce in un momento in cui il tema della partecipazione dei lavoratori al capitale e alla gestione delle imprese è tornato al centro dell’attenzione, grazie all’approvazione nel maggio di quest’anno della legge 76 che, dopo 77 anni di vuoto normativo, ha dato attuazione a un principio stabilito dai padri costituenti nel 1948. Nell’articolo 46 si riconosceva il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende per l’elevazione economica e sociale del lavoro. Il progetto nasce dalla Fondazione Capitale e Lavoro — il nome non è casuale — costituita in Veneto per rispondere a un problema ormai evidente. Si avvertiva, ed è forse anche il motivo per cui la legge arriva in questo momento, la difficoltà a portare avanti quel tessuto imprenditoriale di piccole e medie imprese che rappresenta la forza del nostro Paese, in particolare lungo la pianura padana. Tra passaggi generazionali mancati o complessi — ricordiamo che la nostra imprenditoria è relativamente giovane, poiché molti grandi imprenditori hanno avviato l’attività nel secondo dopoguerra — e la scarsa attrattività verso i giovani, che sono pochi per ragioni demografiche e che spesso preferiscono realtà più grandi e strutturate rispetto alle PMI manifatturiere, questi fenomeni si incrociano con una trasformazione tecnologica rapidissima. Lo stesso luogo di lavoro tende a perdere la sua fisicità; i confini tra tempi di vita e tempi di lavoro sono sempre più sfumati. Tutto ciò mette in crisi la tradizionale contrapposizione tra capitale e lavoro rendendo necessario rivedere i modelli del passato. I modelli del Novecento, che prevedevano da un lato Confindustria e le associazioni datoriali e dall’altro le organizzazioni sindacali, mostrano segni di cedimento e il cambiamento è già visibile.
Quali vantaggi può portare una partecipazione reale dei lavoratori alla vita d’impresa?
I principali vantaggi riguardano il coinvolgimento dei lavoratori in tutte le fasi della vita aziendale. Nelle piccole e medie imprese familiari questo accade già in modo spontaneo, ma andrebbe istituzionalizzato. Secondo la legge, esistono quattro forme di partecipazione: consultiva, organizzativa, economico-finanziaria e gestionale. Oggi si sta lavorando molto sul coinvolgimento economico-finanziario — basti pensare alle contrattazioni di secondo livello, che sono di fatto una forma di partecipazione ai margini dell’impresa — ma non è sufficiente. Occorre coinvolgere i lavoratori anche nella fase strategica: nella riflessione e nella definizione delle strategie. Devono sentirsi parte del percorso dell’azienda e della direzione che essa intraprende. Per lo stesso motivo, la cooperazione attraversa un momento di difficoltà e perde attrattività tra le nuove generazioni. Nelle grandi cooperative con migliaia di lavoratori, infatti, spesso il singolo non percepisce di essere un azionista in grado di incidere realmente sulle sorti dell’azienda. Bisogna invece avvicinare sempre di più le due frontiere: capitale e lavoro devono diventare un tutt’uno. È un processo complesso, perché richiede alle rappresentanze tradizionali — sia datoriali che sindacali — di ripensare la propria funzione. Ed è proprio questa la ragione per cui un anno fa è nata la Fondazione Capitale Lavoro: per favorire un cambiamento culturale.
Quali resistenze emergono più spesso nelle imprese che avete analizzato?
Le resistenze sono principalmente due. Dal lato del capitale prevale la preoccupazione legata al coinvolgimento gestionale: per gli imprenditori, soprattutto quelli di piccole e medie dimensioni, abituati a basare la propria forza sulla rapidità di risposta al mercato, confrontarsi con le maestranze nelle decisioni strategiche viene percepito come un freno. È uno dei motivi per cui la legge 76 ha previsto un principio di totale volontarietà per gli imprenditori. Dal lato dei lavoratori, invece, emerge il tema della disponibilità ad assumersi il rischio di diventare soci dell’azienda. È un cambio culturale radicale: non si tratta più solo di fornire una prestazione lavorativa, ma di condividere anche i rischi e i risultati. Non a caso, anche nei casi raccontati nel libro in cui sono state distribuite gratuitamente azioni ai dipendenti, l’adesione non è stata totale.
Nel settore biomedicale, quanto può incidere un modello partecipativo sulla capacità di innovare?
Credo che possa incidere nel biomedicale così come nella maggior parte dei settori manifatturieri di eccellenza del nostro Paese, innalzando il livello di meritocrazia delle aziende. Non si tratta di una logica di partecipazione estesa a tutti, ma di una logica meritocratica: coinvolgere nelle decisioni, nel capitale e nell’organizzazione le figure chiave per il funzionamento dell’azienda — capi reparto, responsabili della ricerca e sviluppo — significa valorizzarne il ruolo e le competenze. In tutta la filiera, quella che interessa in particolare il territorio della Biomedical Valley, avere in posizione di leadership anche lavoratori delle prime e seconde linee, coloro che portano competenze e innovazione, può rendere l’intero territorio più competitivo.
La partecipazione può contribuire a trattenere talenti e competenze in Italia?Assolutamente. È uno dei tre temi chiave da cui parte il libro: il tema dei passaggi generazionali — quindi della carenza di imprenditori e di imprese — il tema dell’attrazione e della fidelizzazione dei talenti, e infine il tema del cambiamento tecnologico.
In che modo la trasformazione tecnologica e l’intelligenza artificiale influenzano questi processi?
Non abbiamo ancora una risposta definitiva e lo dichiariamo anche nel libro. L’intelligenza artificiale sta modificando profondamente i processi: in alcuni casi riduce ulteriormente il contributo delle mansioni più semplici, mentre dall’altro lato rende sempre più strategiche le figure professionali in grado di gestire strumenti informatici e tecnologici avanzati. Ciò che è certo è che, con l’intelligenza artificiale, la fabbrica come luogo di lavoro perde parte della sua tridimensionalità e concretezza: la crescente digitalizzazione e dematerializzazione riducono la fisicità del lavoro, tranne che nei reparti produttivi. L’esperienza del Covid lo ha mostrato molto chiaramente.

