Con il termine del 9 settembre sempre più vicino, aumenta la pressione da parte delle PMI che chiedono soluzioni immediate per evitare conseguenze disastrose sull’intero settore biomedicale.
Il ruolo che le piccole e medie imprese ricoprono sempre più spesso è quello di essere partner flessibili e tempestivi di Ospedali e Centri di Ricerca per lo sviluppo di prodotti o servizi innovativi. Le Start-up e le Spin-off universitarie sono sempre piccole imprese. Il payback le colpisce in modo pesante provocando, di fatto, il forte rallentamento degli investimenti per l’innovazione. A farne le spese sono la Sanità e quindi i pazienti.
Per le grandi realtà del settore, prevalentemente multinazionali, questa conseguenza non si verifica perché hanno “spalle robuste” che consentono di assorbire meglio il peso del payback, anche perché, in molti casi, ad essere colpiti sono i loro distributori.
L’abbattimento del 75% del payback, per questo tipo di aziende, prevalentemente tutelate da Confindustria, è un ottimo risultato.
Per le PMI la mancata approvazione delle modifiche richieste è una sconfitta perché, come sosteneva Michele Colaci, Presidente di Confapi Salute Università e Ricerca, nell’intervista del 5 giugno a questo giornale, “l’introduzione di una franchigia per le PMI prevedendo una soglia di fatturato, … la dilazione pluriennale dei pagamenti … ed il superamento strutturale del payback” dovevano formare oggetto di appositi emendamenti in fase di conversione del Decreto-legge.
Nulla di tutto ciò è successo. Nella legge 118/2025, che ha convertito il decreto – legge 95/2025, viene confermato lo “sconto del 75%” ma non sono previste esenzioni specifiche, dilazioni e norme per gli anni successivi al 2018.
Gli sforamenti decisi dalle Regioni continuano ad essere “scaricati” sugli operatori privati.
Confapi Salute Università e Ricerca, tramite il suo Presidente Michele Colaci, ha ribadito che il payback è un provvedimento “iniquo” che scarica sugli imprenditori responsabilità non loro. Nonostante le promesse di una franchigia a tutela delle PMI, nulla è stato fatto e l’Associazione annuncia azioni legali fino alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, a settembre verrà organizzata una manifestazione davanti a Montecitorio per sensibilizzare l’opinione pubblica.
Le PMI biomedicali, che già denunciano un peso insostenibile con richieste che arrivano a superare anche l’80% del loro fatturato, chiedono ora soluzioni pratiche: sospensione dei versamenti, rateizzazione, accesso facilitato al credito e una revisione della norma in sede nazionale.
Nell’ultimo incontro il Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla e l’Assessore alla Salute Massimo Fabi hanno confermato di voler mantenere il dialogo con le imprese. Colla ha ricordato che la legge va rispettata, ma ha anche proposto al governo una proroga della scadenza, valida per tutte le regioni. Parallelamente, è stato chiesto un incontro urgente con l’ABI per affrontare i rischi di sofferenza finanziaria e valutare possibili strumenti bancari di sostegno.
Fabi, intanto, ha reso pubblici sul sito regionale gli importi dovuti da ciascuna azienda, un gesto di trasparenza che vuole facilitare il confronto. Entrambi gli assessori hanno sottolineato che il problema non riguarda solo il 2025, ma si trascina dal 2019.
Il nodo vero resta a livello nazionale. La Regione e le Associazioni di categoria che rappresentano le Piccole e Medie Imprese chiedono al Ministero dell’Economia e delle Finanze e al Parlamento di intervenire già con la prossima legge di stabilità. Le richieste sono chiare: alleggerire l’impatto sulle PMI, introdurre franchigie, prevedere meccanismi di compensazione fiscale e programmare un superamento progressivo della norma.
Un nuovo incontro con le imprese sarà convocato prima del 9 settembre. Sarà l’ultima occasione utile per fare il punto e presentare a Roma una posizione condivisa, nella speranza che il grido d’allarme di uno dei distretti biomedicali più importanti d’Europa non resti inascoltato.
Nonostante il Decreto 95/2025 il problema generato dal payback rimane aperto, segno evidente che la mancanza di una politica industriale che tenga conto della specificità del settore biomedicale sta provocando una situazione sempre più grave a spese dell’innovazione necessaria per la sua competitività.
Concludiamo sottolineando che, dal racconto dei fatti che abbiamo fedelmente riportato, le promesse sono state completamente disattese e la conversione del Decreto 95/2025 in pieno periodo feriale e con un termine di 30 giorni che diventano di fatto una sola settimana per decidere se pagare o no, è un “colpo di mano” che dimostra la scarsissima considerazione del governo per le piccole e medie imprese biomedicali.
Editoriale di Alberto Nicolini

