Al convegno dedicato alla presentazione del Rapporto PRI 2026 del Centro Studi di Confindustria, tenutosi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, un tema ha dominato il dibattito su tutti gli altri: il payback nel settore dei dispositivi medici. Un meccanismo definito distorsivo che, nato nel 2011 come strumento per contenere la spesa sanitaria regionale e fissato inizialmente al 5,2% del fondo sanitario nazionale, è diventato nel tempo una minaccia strutturale per l’intero comparto.
L’Italia occupa oggi il quarto posto in Europa nel settore MedTech, scivolata dal terzo a causa — come emerso dai dati presentati — di una progressiva contrazione degli investimenti. Le aziende, come ricorda il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici Fabio Faltoni, invece di destinare risorse alla crescita, sono costrette ad accantonare grandi somme per far fronte agli obblighi del payback. Alcune multinazionali si trovano con quasi l’intero fatturato soggetto al meccanismo, con accantonamenti che oscillano tra il 25 e il 48%. In questo scenario, chiedere nuovi investimenti in Italia non è solo difficile: è semplicemente irragionevole.
Eppure, come sottolineato da Marco Nocivelli Vicepresidente di Confindustria con delega alle Politiche Industriali e Made in Italy, i dispositivi medici non andrebbero trattati come una voce passiva del bilancio sanitario, bensì come un investimento. Si tratta di tecnologie che accorciano i tempi diagnostici, abilitano la telemedicina e migliorano l’efficienza dell’intero sistema sanitario nazionale. Penalizzare chi li produce significa, paradossalmente, rallentare l’accesso dei pazienti alle innovazioni più efficaci.
Tra il 2020 e il 2024, il comparto ha attraversato una fase di straordinaria resistenza – spiega Fabrizio Cannioto Senior Research Data Analyst presso Confindustria Dispositivi Medici -. Nonostante la pandemia, i rincari delle materie prime, le tensioni geopolitiche e la crisi ucraina, le aziende hanno mantenuto occupazione e produzione, ricorrendo in misura crescente al debito. Oltre una su due ha registrato ricavi inferiori rispetto al periodo pre-pandemico, eppure ha continuato a sostenere il tessuto produttivo nazionale. Oggi, con il 2025 e il 2026 segnati da una crisi geopolitica che complica l’approvvigionamento — quattro aziende su cinque si rifornisce fuori dall’Unione Europea, due terzi dall’Asia — quella resilienza rischia di non bastare più. L’urgenza, come ribadito nel corso del convegno, è trasformarla in sviluppo. E per farlo serve un contesto normativo che smetta di generare incertezza.
Il payback per il periodo 2019–2024 ammonta complessivamente a cinque miliardi di euro e scaricare, attraverso questa manovra, il costo del disallineamento tra tetti e fabbisogni reali sull’industria è profondamente iniquo.
A questo – come ha sottolineato la Capogruppo Fratelli d’Italia in Commissione Bilancio della Camera dei Deputati Ylenja Lucaselli – si aggiunge la frammentazione regionale: regioni diverse applicano soglie, norme e direttive in modo diverso, creando disparità all’interno dello stesso mercato nazionale. Un comparto industriale di rilevanza strategica non può permettersi di operare con regole così asimmetriche.
Durante il convegno, il Capo Dipartimento della Programmazione, DM, Farmaco e politiche in favore del SSN del Ministero della Salute Francesco Saverio Mennini – ha messo a fuoco alcune soluzioni concrete: un ricalcolo del tetto di spesa basato sull’effettivo fabbisogno, da sviluppare nell’ambito dell’Osservatorio dei Dispositivi Medici; l’istituzione di un fondo dedicato ai dispositivi innovativi, sul modello di quanto già realizzato in farmaceutica; e l’applicazione dell’Health Technology Assessment (metodologia che serve a valutare il valore complessivo di una tecnologia sanitaria) in una logica di valore complessivo, che consenta di valutare l’impatto di una tecnologia a 360 gradi anziché in modo compartimentato.
Il tono complessivo del convegno non è stato quello della resa, ma nemmeno quello dell’ottimismo ingenuo. La consapevolezza è diffusa: il superamento integrale del payback nella prossima legge di bilancio non è realistico, né sarebbe serio promettere altrimenti. Ma altrettanto chiaro è che ogni anno di inazione pesa sulle aziende che si muovono nell’incertezza e rallenta l’intero settore senza che ci si renda conto che i competitor europei — Germania, Francia, Regno Unito — si stanno muovendo nella direzione opposta.
“Ciò che serve – ha dichiarato l’Onorevole Lucaselli – è un patto: il governo si impegna a costruire un nuovo quadro normativo, una governance più moderna con tetti correlati ai fabbisogni reali e regole uniformi su tutto il territorio nazionale; le aziende si impegnano a investire, creare occupazione qualificata e portare innovazione. Un impegno che, per essere credibile, deve coinvolgere anche le regioni, vero nodo critico della programmazione sanitaria”.
Il segnale politico c’è: il settore è stato riconosciuto come strategico, le istanze sono state ascoltate. Ora si tratta di trasformare l’attenzione in provvedimenti concreti, prima di scivolare ben oltre la 4° posizione.

