Sanità, politica e imprese: serve una visione comune

La celebrazione della Giornata Mondiale della Salute finisce, quasi sempre, per essere una mera ricorrenza simbolica, ma dovrebbe diventare un’occasione per riflettere seriamente sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale italiano (SSN). Anche se la salute è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione, oggi la sua tutela si regge su una struttura poco visibile e molto frammentata: la filiera sanitaria. Attualmente, il sistema sanitario e i suoi fornitori operano come un insieme diviso, senza una visione comune. Questa mancanza trasforma quelli che dovrebbero essere partner in semplici controparti contrattuali. A peggiorare la situazione contribuiscono alcune misure, come il payback e la tassa sul fatturato dello 0,75% – un contributo obbligatorio, che grava sui ricavi delle aziende fornitrici di dispositivi medici al Servizio Sanitario Nazionale, introdotto per sostenere il fondo dedicato alla gestione e al controllo della spesa sanitaria – che dimostrano una scarsa attenzione verso l’innovazione biomedicale.  Sanità politica e imprese

Il progressivo indebolimento del SSN è legato proprio all’assenza di una strategia nazionale e di un confronto stabile tra politica, imprese, medici e mondo della ricerca e dell’innovazione. Troppo spesso le decisioni sull’uso delle risorse vengono prese in base a logiche politiche o pressioni locali, invece che su reali bisogni sanitari e organizzativi. È significativo, in questo senso, che i rappresentanti istituzionali siano spesso assenti nei momenti di confronto sul futuro della sanità, lasciando un vuoto decisionale che crea frustrazione tra coloro che attendono risposte e interventi determinanti.

La mancanza di sinergia e collaborazione fra gli attori strategici del sistema sanitario nazionale ha causato un indebolimento dell’intera filiera. La sanità è stata trattata come una semplice voce di spesa e le conseguenze sono evidenti: mancano circa 47.000 medici e 73.000 infermieri, mentre molti professionisti formati in Italia scelgono di lavorare all’estero, dove trovano condizioni migliori. A pagarne le spese sono le aziende della filiera, gli operatori sanitari e i pazienti.

Analizzando i dati aggiornati al 2026 della fondazione GIMBE, infatti, emerge che il SSN sta affrontando una crisi profonda. I dati raccontano una carenza stimata di oltre 5.700 medici di famiglia e la prospettiva di 8.180 pensionamenti entro il 2028, una situazione che sta portando il carico medio per ogni professionista oltre la soglia ottimale di 1.000 assistiti. Anche la riforma territoriale del PNRR stenta a diventare realtà, dato che al 31 dicembre 2025 solo il 3,9% delle Case della Comunità risultava pienamente operativo e nessun Ospedale di Comunità era ancora in grado di offrire la totalità dei servizi previsti. A questi dati si aggiungono quelli delle liste d’attesa: nel 2025 sono state prenotate quasi 57,8 milioni di prestazioni e, generalmente, un paziente su quattro resta intrappolato in tempi lunghissimi che superano i limiti di legge spingendo, in media, il 30% dei cittadini a ricorrere alle prestazioni a pagamento.

Per garantire davvero il diritto alla salute, è necessario superare la logica dei compartimenti separati e dei limiti di spesa rigidi, puntando su un approccio condiviso. Serve un progetto culturale e politico che consideri la sanità come un sistema da sostenere e ripensare nel tempo, non come un insieme di emergenze da gestire. Solo una vera collaborazione tra politica, scienza e imprese può colmare il divario tra il valore della professione medica e gli strumenti disponibili, assicurando un futuro al diritto alla salute in Italia.

Sanità politica e imprese Sanità politica e imprese Sanità politica e imprese innovazione